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 L'Ombra

Andare in basso 
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Eva Purple
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Eva Purple

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MessaggioTitolo: L'Ombra   L'Ombra Icon_minitime27/11/2010, 14:59

Quel ventiquattro Settembre avrei dovuto abbandonare la mia ombra. Per sempre.
Non mi ero mai veramente accorto di lei finché non ho percepito la sua imminente perdita.
Ma le sarebbe dispiaciuto? Mi chiesi ruotando in senso orario il cucchiaino nel caffè.
Io, tutto sommato, mi sarei amato.
Fuori iniziò timidamente a piovere, senza troppe pretese. Portai alle labbra la tazzina e ne trangugiai il contenuto senza neanche assaporarlo.
Ma come sarebbe avvenuto il distacco? Mi domandai perplesso. E restai così, a pensare, appoggiato con i gomiti sul tavolo.
Si può tagliare un’ombra? Ruotai gli occhi, e la guardai.
Ebbi quel coraggio.
E, solo allora, mi accorsi che fosse stato veramente un atto di coraggio.
Stava là, esanime, moribonda, a guardarmi.
Era delusa. Profondamente delusa.
Ne guardai i contorni, così sfumati e indefiniti. Aveva solo l’eco della sua vecchia gloria. Era semplicemente una macchia nera sperduta tra gli altri colori.
Accidenti.
Non poteva certamente ritenermi il migliore dei padroni.
D’altronde l’avevo venduta senza pensarci un secondo.
Tornai a fissare la tazzina vuota, vergognandomi. E divenni improvvisamente rosso. Mi vergognai anche del rossore delle mie guance, a dispetto del monotono scuro della mia ombra. Ero così fottutamente sfacciato che mi domandavo come potesse volermi bene, la povera ombra!
No, io mi sarei odiato. Senza ombra di dubbio.
Erano le 14:30 ma ancora nessuno arrivava all’orizzonte. Ero seduto su quella panchina da troppo tempo e mi facevano male le natiche. Odiavo stare troppo nella stessa posizione.
Con me avevo solo una sciarpa autunnale e la mia ombra. Così la consideravo, al pari di una sciarpina. Si era nascosta sotto la panchina, penetrando attraverso le fessure della stessa.
La sera prima avevo provato a ricordare qualcosa di bello provato insieme a lei. Nonostante una vita trascorsa fianco a fianco non avevo alcun bel ricordo. Che tristezza.
Forse allora avevo fatto la scelta giusta. Potevo barattarla con qualsiasi altra cosa, anche solo un pacchetto di caramelle. In fondo era un peso inutile, incollato al mio corpo.
Provai una certa soddisfazione nell’aver elaborato questo pensiero. Mi sentivo un po’ meno responsabile. E poi non volevo vedere il sangue, di nessuno. E l’ombra, il sangue, non ce l’ha…
Forse…
Ricordo che da bambino mi tagliai con un coltello da cucina. Versai talmente tanto sangue che avevo ricoperto tutto lo spazio intorno a me. Quando accorse mia madre svenne immediatamente. E restai mezzora, da solo, nel sangue, con mia madre svenuta.
No, no, il sangue lo detesto proprio.
Il giardino faceva uno strano rumore, fatto di foglie e di vento, e di uno speciale gioco tra di loro. Guardavo tutto ma in realtà non osservavo niente. Un po’ come ho sempre fatto nella mia vita.
Spuntò in lontananza, con un passo sicuro. Lo riconobbi subito, nonostante potesse essere chiunque altro.
Mi misi in tasca le mani, perché provai un freddo improvviso. La mia ombra? Era sempre sotto la panchina, ma la sentivo più distante.
In una quarantina di passi fu vicino a me. Aveva un’aria curata, spaventosa. Mi ricordava qualcosa che vedi per la prima volta e che senti lontano, ma da cui sei attratto.
“Buongiorno, perdoni il mio ritardo”, disse con un lontano accento parigino.
“Si figuri”, risposi con poca voce.
“Posso sedermi?”, mi domandò accennando un sorriso beffardo.
Mi spostai leggermente, facendogli intendere di sì.
Si sistemò sulla panchina, in una posizione al tempo stesso sinuosa e rigida. Che uomo strano.
“Si sente pronto?”, chiese togliendosi i guanti neri, di pelle.
Non ero pronto a questa domanda, a questo no.
“Beh, immagino di sì, ma volevo chiederle come funziona”
L’uomo sorrise, solo con l’angolo sinistro della bocca.
“Lei non proverà dolore, stia tranquillo”
No, tranquillo non lo ero affatto.
Volevo fargli altre domande, ma quell’uomo aveva la capacità di seccarmi le parole in bocca.
Tacqui, lo guardai finire, impotente. Prese tra le braccia una valigetta di pelle nera. Ne estrasse con meticolosa gentilezza un foglio di carta. Lo osservò, come per controllare che tutti i caratteri fossero ancora al loro posto. Poi me lo mostrò.
Era un contratto. Scritto in caratteri piccoli e chiari.
“Con questo regolarizzeremo l’affare”, disse lui con l’espressione di prima sul viso. “Con questo foglio lei diventa il proprietario unico della residenza di Rue Lafayette, mentre con quest’altro” disse sfilando un secondo foglio “avrà il totale possesso dell’autovettura Maserati Granturismo”.
Guardai inerme quell’inchiostro scritto, come se fosse un sogno.
“Ovviamente gli atti testamentari sono già stati depositati anche in sede notarile. Le ho allegato il nome e il contatto del signor notaio Norbert Livin, potrà recarsi presso il suo studio già da domani mattina e firmare le varie scartoffie”.
Una persona era morta e mi aveva lasciato beni che non avrei potuto guadagnare in tre vite di lavoro.
E tutto ciò al prezzo di un’ombra.
Che affarone.
“La valigetta con i due milioni di euro è depositata all’interno della residenza nella cassaforte nascosta dietro il quadro in camera da letto. Il codice di sicurezza è scritto qua”, disse indicando una serie di cifre in grassetto in fondo al terzo foglio.
Due milioni di euro?!? E questa da dove salta fuori?
“Pensavo che l’accordo si interrompesse alla macchina”, esordii incredulo.
“Il mio capo voleva essere sicuro che l’accordo fosse a lei gradito”.
Poi divenne serio, facendo scomparire quel suo strano sorriso dalle labbra.
Come un fulmine a ciel sereno, mi spaventò.
Si accesero i suoi occhi, che mi fissarono profondamente.
“Come d’accordo l’eredità che le è stata lasciata ha un costo. Ma lei non dovrà mai e per nessuna ragione parlare di questo con nessuno. A chiunque glielo chieda dovrà assumere un ruolo responsabile, sostenendo di aver avuto un rapporto amicale con la Signora Pauline Laroche. E non provi a mettersi sulle tracce della sua storia, per nessun motivo. Se seguirà alla lettera le mie indicazioni lei non avrà alcun problema.”
Mi domandai quali loschi traffici ci fossero dietro.
Cos’altro avrei potuto fare? Non mi sembrava ben disposto a rispondere alle mie domande. E tutto quel ben di Dio mi avrebbe risolto la vita, per sempre.
“Va bene” sussurrai “cos’altro devo fare?”.
All’uomo tornò il suo sorriso di scherno.
“Resta solo l’ultima cosa. Il pareggiamento del contratto. La sua ombra”
La cercai con la coda dell’occhio. Era ancora sotto la panchina? Non ne scorgevo gli angoli. Forse era diventata trasparente, o era sparita.
“Cosa…” provai a dire.
“Non mi domandi cose a cui non posso rispondere, Monsieur Le Blanche.” Esordì con un tono rassicurante nella sua voce distante. “So che mi vorrebbe chiedere cosa le verrà fatto. Ma io le ho già detto prima che non sentirà dolore, cos’altro le importa?”
Si affrettò a mettersi i guanti e io sentii un alito di vento ferirmi il volto.
“Adesso mi segua”, dettò freddo.
Mi alzai come condotto da fili invisibili. Un suo passo era due miei, e faticavo a stargli dietro.
Così la vidi.
Confusa, triste, sommessa. La mia ombra si trascinava mestamente dietro di me. Sapeva tutto, capiva ogni cosa.
Neanche mi guardava. Era già andata via.
Camminammo dieci minuti. Io vagavo senza sapere dove fossi destinato. Stavo per essere privato della mia ombra e neanche ne conoscevo la natura.
Cosa le sarebbe accaduto? Me lo domandai solo adesso. Prima avevo solo paura del suo giudizio. Adesso mi preoccupavo per la sua sorte.
Ci passarono accanto due donne sulla trentina. Una delle due era estremamente sensuale. L’altra aveva occhi troppo grandi. Ci scrutarono smettendo di parlare. Erano attratte dalla nostra presenza. All’uomo riservarono uno sguardo strano, mai visto. Un misto di paura e di reverenza. Una forte eccitazione aleggiava nell’aria. Poi passarono, portandosi dietro le loro gentili ombre.

L’autunno avvolgeva il parco con i suoi intensi colori. Avevamo percorso almeno un chilometro e mezzo. Le suole delle mie scarpe strusciavano ritmicamente sul letto di foglie morte.
Arrivammo al cancello principale, che era spalancato come le fauci di un grosso predatore.
L’uomo lo varcò senza fare rumore. Io mi trascinai dietro goffamente.
Ad aspettarci una Aston Martin Dbs spaziale. L’uomo la indicò con un gesto discreto.
“Vuole accomodarsi?” impose più che chiedere.
Scorsi appena, dai vetri oscuranti, la figura di un autista. Così mi apprestai ad aprire la portiera posteriore. L’uomo mi seguì dal lato opposto.
Entrai nell’autovettura come se fosse di cristallo. Chiusi la portiera.
L’autista lo vedevo appena. Era un uomo di mezza età, portava un cappello scuro e degli occhiali da sole.
“Lui è Honorat, il mio autista personale” esordì l’uomo dal mio fianco sinistro. “Possiamo andare adesso”.
Honorat mise in moto. Il rombo dell’Aston Martin mi fece salire un brivido caldo.
Percorremmo venti minuti di strada mentre fuori le nuvole si susseguivano vertiginose. Nel veicolo regnava il silenzio e, da parte mia, anche il timore.
Stavamo uscendo da Parigi, la struttura urbana della metropoli aveva lasciato spazio prima alla periferia e poi alla campagna.
“Ecco, siamo arrivati”, esordì con voce rauca l’uomo al mio fianco.
Honorat rallentò e svoltò in una strada sterrata che si faceva spazio in una boscaglia cupa. Percorremmo la macchia ballando un po’. Dopo circa trecento metri arrivammo in uno slargo piuttosto spazioso e curato. Honorat parcheggiò meticolosamente al centro dello spiazzo.
“Può scendere”, sollecitò l’uomo al mio fianco.
Così feci e mi sgranchii le gambe senza dare troppo nell’occhio. Davanti a noi si erigeva una casa. Era una villa spaziosa e affrescata, mi ricordava alcune costruzioni rinascimentali della Provenza. Tutto intorno la boscaglia irrompeva prepotente.
“Mi segua” irruppe l’uomo. Honorat restò in macchina, coperto dai vetri oscuranti.
L’uomo camminò a lunghi passi fino al portone dell’abitazione. Suonò al campanello e aprì dopo un secondo un maggiordomo. Un uomo biondo, di circa trentacinque anni, aitante ed enigmatico.
“Buongiorno Basile, siamo pronti”.
Basile annuì pensieroso, poi spalancò la porta e si inchinò rispettosamente indietreggiando.
Varcai la soglia e fui in grado di vedere il maestoso interno della casa. Una dimora di alto gusto estetico, piena di quadri, un grande tappeto birmano a terra, un mezzo busto alla base di un’ampia scala di marmo. Meravigliosa eppure affatto accogliente.
“Per di qua”, intimò l’uomo dallo strano sorriso.
Salimmo le scale senza parlare. Arrivammo al piano superiore e l’uomo si fece spazio tra la mobilia di un’immensa sala da pranzo per giungere, in fondo, ad una porta chiusa a chiave. Estrasse dalla tasca del suo completo una piccola chiave dorata e la girò tre volte nella serratura fino ad aprirla.
Fece strada e io lo seguii. La stanza era abbastanza grande, circa 40 metri quadri. Rispetto al resto della casa i colori erano più freddi. Molti blu, verdi e viola. C’erano due divani, uno di fronte all’altro, bianchi e molto morbidi. A terra un grande e soffice tappeto celeste e lilla. Le pareti erano completamente coperte da una libreria gremita. Una finestra sul tetto illuminava la stanza.
“Adesso si sieda” disse l’uomo, facendo un accogliente gesto con la mano.
Obbedii, come ormai facevo da un’ora a quella parte. L’uomo si tolse i guanti, come prima, nel parco. Aveva poggiato la valigetta sul divano di fronte al mio, creando un bel contrasto di colori. Mentre terminava la sua operazione entrò nella stanza Basile, con in braccio un’apparecchiatura tecnologica. Sembrava un computer, ma in forma più schiacciata e ovale. Era uno strano marchingegno mai visto prima. Attaccati penzolavano alcuni fili bianchi ed altri celesti.
L’uomo poggiò i guanti sul bracciolo del divano e prese la sua valigetta estraendone degli elettrodi collegati a dei cavi, anche questi azzurri.
“Per favore Monsieur La Blanche, si sdrai in posizione supina”
Mi guardai intorno.
Ma dove mi trovavo?
Chi erano quelle persone?
Ma, soprattutto, cosa stavano per farmi?
Osservai titubante Basile che poggiava il pesante oggetto elettronico su un piano di legno alto quanto uno sgabello.
Mi soffermai sui suoi lineamenti, sulla forma delle sopracciglia, sul movimento delle sue mani. E provai un profondo spavento. Pensai che non fosse il posto giusto in cui essere e mi sentii profondamente solo. Ma poi… ripensai immediatamente alla bellissima casa appena guadagnata, alla Maserati, ai due milioni di euro! La mia vita avrebbe avuto una rosea svolta da quel giorno in avanti… E poi, me lo aveva detto proprio l’uomo, che non avrei provato alcun tipo di dolore. Allora non c’era nulla da temere.
D’altro canto per una vita avevo desiderato essere qualcuno. Essere riconosciuto, visto, avere un peso.
Mi tolsi la sciarpa poggiandola vicino a me, a terra, e mi sistemai sul divano cercando di scacciare i brutti pensieri e mi lasciai trasportare come avrebbe fatto un tappo di sughero nella corrente.
L’uomo maneggiava, con l’aiuto di Basile, il macchinario che nel giro di qualche secondo emise un suono di accensione.
Sopra di me la finestra apriva uno squarcio nel cielo. Era come stare sdraiati su un prato con la testa rivolta verso l’alto. E, per un istante, mi sentii libero. Mi ridestò un rumore meccanico squillante e la voce di Basile:
“Monsieur è pronto, vuole fare una prova?”
“No Basile, iniziamo direttamente” sentenziò l’uomo.
Mi voltai a guardarlo. Aveva in mano due elettrodi, stavolta collegati al macchinario attraverso i suoi fili azzurri.
“Monsieur La Blanche, iniziamo” disse col suo solito, irritantissimo, sorrisetto.
Mi si avvicinò e mi ordinò, con voce mansueta:
“Dove crede che risieda la sua ombra?”
Oddio, che domanda…
Dove risiede la mia ombra?
“Non credo, monsieur, che l’ombra abbia un luogo, si crea quando c’è luce” pronunciai guardandolo smarrito.
“Se dovesse collocarla, in quale parte del corpo la metterebbe?” ripeté come se non avesse sentito la mia risposta.
Lo guardai ancor più confuso. Aveva in mano quegli elettrodi lo sguardo su di me, in attesa.
Dove risiede l’ombra?
Nel cuore?
No, banale, nel cuore no. Non l’ho mai amata, non può esser nel mio cuore.
Nel cervello?
Nemmeno. Mai la penso, a malapena riesco a riconoscerla.
Il fegato no, l’intestino neppure.
“…Forse, se proprio devo dire una cosa così, forse… negli occhi”
L’uomo si voltò verso Basile. Quest’ultimo, che stava attaccando il macchinario alla corrente, cessò la sua attività e incontrò lo sguardo del suo signore. Si guardarono per un lungo istante. Poi l’uomo si girò verso di me e Basile riprese la sua faccenda.
“Provi a spiegarmi il perché, per quanto le è possibile”
“Ho detto così, a caso” risposi balbettando.
“Il caso non esiste, Monsieur La Blanche” sogghignò l’uomo. “tutto ha il proprio perché”.
E ora cosa potevo dirgli?
“Beh, forse perché l’unico contatto che ho con la mia ombra è attraverso la vista; io la vedo e so che c’è”.
L’uomo guardò in basso per qualche momento, come per raccogliere le idee.
“Molto bene”, espresse poi, con voce tuonante.
“Adesso le consiglio di chiudere gli occhi e rilassarsi che iniziamo”
Eccoci.
Decisi di non proferir favella. Ma non riuscii a chiudere gli occhi.
Vidi tutto.
“Basile accendi il dispositivo” disse l’uomo.
Basile eseguì il comando e azionò il macchinario, che produsse lo stesso suono di prima.
L’uomo posizionò sulla mia testa i due elettrodi dai fili azzurri. Nella parte a contatto con la mia pelle erano pregni di un gel conduttore profumato. Ricordava la fragranza di un negozio di profumi vicino Bordeaux.
Basile schiacciò un altro piccolo pulsante e improvvisamente gli elettrodi iniziarono a vibrare.
Il movimento era calmo e rilassante, affatto fastidioso.
“Se sente dolore me lo riferisca”, esplicò l’uomo mentre prendeva altri due elettrodi azzurri in mano, “questo massaggio psicologico in realtà dovrebbe portarle un benessere generalizzato che la accompagnerà ad uno stato di sonno”.
Già le sue parole mi sembravano più lontane, quasi un’eco.
“Lei è un uomo molto coraggioso o molto stupido, Monsieur La Blanche”, sentenziò.
Riapparve nel mio campo visivo e posizionò altri due elettrodi in due porzioni della mia testa. Basile li attivò e il massaggio si fece più diffuso e profondo.
Il tempo iniziava a dilatarsi e restringersi senza seguire delle vere e proprie regole.
“Perché dice questo?”, domandai con poche forze.
L’uomo portò un elettrodo dal cavetto bianco e lo posizionò sul mio cuore, spostando leggermente la camicia per farlo passare meglio. Basile pigiò il pulsante e l’elettrodo non fece nulla, ovvero, nulla che io potessi percepire.
“Se me lo domanda allora è veramente la stupidità che l’ha condotta qui”, sghignazzò l’uomo.
La sonnolenza mi stava cogliendo, trascinandomi altrove. A fatica tenevo gli occhi aperti. Vedevo il cielo sopra di me, che si apriva e si gonfiava. Le nuvole erano le mie ipnotiste personali.
“Cos’è l’ombra? Me lo stava dicendo prima…”, disse l’uomo.
“L’ombra… è la proiezione del nostro corpo, che genera l’ombra, e non fa passare la luce”, dissi vergognandomi della semplicità del mio pensiero, in quel momento.
“Benissimo”, disse l’uomo mentre usciva dalla mia vista. “Quindi quale corpo attraversato da una luce non fa ombra?”.
Raccolsi le poche idee che ancora avevo. Un vetro, pensai.
In un barlume di lucidità capii.
E fu tutto talmente ovvio da farmi spaventare terribilmente.
L’ombra non sarebbe più esistita perché io sarei stato trasparente.
Sarei stato perennemente invisibile agli occhi degli altri.
Era questo il vero prezzo da pagare.
L’ultima cosa che sentii furono le parole dell’uomo:
“E adesso inizi a ricordare la sua ombra”, mentre mi posizionava due grossi elettrodi neri sopra le mie palpebre.
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Franca Bagnoli
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MessaggioTitolo: Re: L'Ombra   L'Ombra Icon_minitime28/11/2010, 18:01

Ho seguito con molta attenzione questo racconto ben scritto, carico di suspence e dal finale terrificante. Complimenti.
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Paolo Secondini
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Paolo Secondini

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MessaggioTitolo: Re: L'Ombra   L'Ombra Icon_minitime29/11/2010, 18:24

Bel racconto. Davvero interessante. Prosa lineare, scorrevole, la tua.
Ciao
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Eva Purple
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Eva Purple

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MessaggioTitolo: Re: L'Ombra   L'Ombra Icon_minitime29/11/2010, 20:05

Grazie per i commenti, sono felice che vi sia piaciuto il mio racconto! Very Happy

Eva.
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MessaggioTitolo: Re: L'Ombra   L'Ombra Icon_minitime2/12/2010, 19:23

Splendido, ben orchestrato con una trama originalissima. Ho fatto fatica a non saltare al finale, per la troppa curiosità. Il finale è terribile.

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