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 L'HO UCCISA DUE VOLTE

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Eva Purple
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MessaggioTitolo: L'HO UCCISA DUE VOLTE   L'HO UCCISA DUE VOLTE Icon_minitime2/1/2011, 16:09

L’ho uccisa due volte.
La prima avvenne nove anni fa, nel suo letto.
Era una mattina spenta di Novembre. Tutto dormiva, apparentemente. Il vento, che aveva soffiato l’intera notte, si era placato. La neve, che cadeva nelle montagne vicine, si teneva lontana dalla città. I lampioni avevano smesso di brillare. L’alba si appoggiava senza rumori sul cielo plumbeo.
A casa di Martina solo il suo gatto Senza Nome respirava nel sonno.
Non era la prima volta che varcavo quella porta. Anzi, a dire il vero era l’ennesima. La prima fu d’estate, la seconda fu d’inverno. Poi ho smesso di ricordare. Negli anni aveva mutato il suo aspetto.
Avrei potuto disegnare ad occhi chiusi una piantina di quel posto, senza sbagliare alcun particolare.
Martina dormiva sempre con la tapparella mezza alzata. Le piaceva intravedere il chiarore del mattino nel dormiveglia. Diceva che nei sogni le sembrava che i suoi occhi le facessero sempre male. Era colpa della luce, sosteneva. Ma ne aveva bisogno, come una pianta della sua acqua. Quella ferita del mattino le era sempre dolce.
Aprii la porta piano. Era stata accomodata.
Nemmeno Senza Nome si accorse del mio ingresso. Continuò a dormire nel suo sonno inanimato.
La copia delle chiavi che avevo in mano era perfetta. Perfetta come ciò che avrei compiuto di lì a poco.
Mi tolsi le scarpe, appoggiando il peso prima su una gamba e poi sull’altra. I guanti che indossavo erano nuovi, il loro esterno non conteneva alcuna mia impronta digitale. Li avevo acquistati la mattina stessa al mercato.
Niente scontrino, niente prove.
Riposi le scarpe sul tappetino davanti alla porta.
Anche loro, intonse, non mi rappresentavano. Dure, rigide, troppo chiare. Di un numero più grande.
Senza Nome ruotò la testa dalla parte opposta, perso nei suoi sogni felini. Trattenni il fiato per un istante. Poi procedetti col mio piano.
Con passo felpato, quasi sordo, compii i miei primi passi sul parquet. I calzini neri, rigorosamente nuovi, dividevano la mia pelle dal resto del mondo. Mi sentivo discretamente al sicuro.
La stanza di Martina era nell’ala sinistra della casa. Avrei dovuto percorrere un lungo corridoio prima di raggiungerla.
La casa era zitta. Fu difficile seguire il naturale silenzio che regnava.
Dopo circa venti passi ero arrivato. La stanza emanava una luce singolare, grigiastra. Mi affacciai, facendo scorrere obliquamente prima la testa, poi una gamba e infine il resto del corpo. I miei occhi si abituarono quasi subito.
E la vidi.
Avvolta da un lenzuolo, in una posizione irregolare. Le gambe ed i piedi nudi, i capelli morbidi.
Il mio cuore palpitò. Mi bloccai nello spazio, senza respirare. Ad un tratto non ricordai più niente. C’era solo lei, in quel limbo tra buio e luce, tra vita e morte. La mia Martina.
Anzi, non era lei. Erano alcune parti di lei. Come in un dipinto: era la rappresentazione di lei. Scorgevo solo alcune forme, e la mia mente ne disegnava il resto.
Immaginavo il suo ventre sotto quel lembo di lenzuolo. Il volto, girato, in un’espressione persa, addormentata. La mano sinistra sotto il cuscino, con le dita schiuse.
La mia mente fantasticava. E io ero rimasto là, immobile. Innamorato.
Follemente innamorato di lei.
Fu qualcosa a ridestarmi, che non mi sovviene. Ma ricordai in un lampo cosa dovessi fare.
Ricordai lei, ricordai l’altro, e ricordai il mio dolore. Provai una fitta, che scorreva come un detersivo nel mio corpo. Mi stava riempiendo, mi stava avvelenando.
Dovevo farlo. Dovevo congelarla così. Addormentata e sola. Così doveva rimanere.

Mi avvicinai di un passo.

Ricordai quel giorno.
Quel sette Settembre. Le avevo scritto una lettera, completamente a mano. Era la prima volta in vita mia che facevo una cosa del genere. Gliela avevo spedita con Posta Prioritaria, nonostante abitassimo a qualche minuto di distanza. Volevo che fosse una cosa seria. Avevo scelto parole ricercate, fuori dalle mie corde. Parole d’altri tempi. Volevo che, leggendo, le venisse in mente qualche immagine antica. Di quegli amori che oggi non esistono più. Come quello tra i miei nonni, Adelmo e Gigliola. Si amarono sessant’anni.
Volevo che fosse così, il nostro amore.

Un altro passo…

La ricevette, quella lettera. Lo so perché mio cugino lavora alla Posta. Gli chiesi di controllare, e lui lo fece. Il postino le consegnò la mia lettera alle undici e ventiquattro del giorno dopo. Ma non ricevetti risposta di nessun tipo. Un silenzio che durò sette giorni.

Un altro passo ancora.

Indossai il cappotto più elegante. Volevo essere alla sua altezza. Volevo avere indosso il mio abito migliore. E così feci. Anzi, lo andai a comprare per l’occasione. Lo vestii con cura, come si tratta il vetro. Non comprai fiori, mi sembravano ridicoli. Volevo andare da lei con solo me stesso. Per chiederle cosa stesse pensando.
Con questo spirito andai a casa sua quel pomeriggio. Con solo me e il mio vestito nuovo.

Un altro passo.

Erano mesi che le dicevo di mettere apposto quella porta d’ingresso. Era talmente leggera che bastava uno spintone per aprirla. Una volta chiamò anche un fabbro, ma per una serie di inconvenienti rimandarono e non ritornò più. Quel pomeriggio la porta era stata chiusa talmente male da essere pressoché aperta. La spalancai senza remore. Pensai a lei con in braccio la spesa, senza la forza per trascinarsi dietro la porta. Sorrisi quasi. Che era in casa lo si deduceva dalla macchina sul vialetto, ancora calda.

Ancora un altro passo…

Il portone non cigolò. Si schiuse. Oltrepassai l’ingresso senza far rumore. Volevo sorprenderla. Nonostante l’agitazione riuscii a camminare piano. Vidi la sua ombra riflettersi nel corridoio: era in camera sua. Si muoveva, sembrava stesse danzando. Un nodo d’amore mi soffocò la gola. Era lei la donna della mia vita. Quella per cui avrei lasciato ogni cosa. Il colore delle mie giornate. Arrivai alla sua stanza con il sorriso dei bambini che stanno per stupire. Sapevo che l’avrei colpita. Lo sapevo.

Un ultimo passo.

C’era una bella luce nella stanza, quel giorno. Invase il mio sguardo appena vi entrai. Fu ciò che vidi per prima, ma dopo qualche istante svanì. La coprivano due corpi abbracciati. Disegnavano una forma perfetta nell’aria. Martina non stava danzando. Stava amando. Un uomo la stava stringendo a sé. Le affondava i polpastrelli nella schiena nuda. Le baciava il collo con ardore. La possedeva.

Avevo finito i passi: l’avevo raggiunta.

Quando si accorse di me soffocò con una mano un grido. I suoi seni nudi erano coperti di brividi. Stette così, sola e fragile, nella stretta di un uomo che non era il suo. A guardarmi. Il mio dolore non arrivò. Perlomeno, non immediatamente. Inizialmente, non mi vergogno a dirlo, pensai di essere in un sogno. O in una fantasia perversa. Aspettai qualche istante che sparisse. Ma tutto continuò ad esserci, sempre più vero, sempre più tangibile. La donna che amavo era quella povera puttana che vedevo mezza nuda nella stanza. No, forse non è lei. Mi dicevo, colto dalla disperazione.

Se avessi allungato la mano avrei potuto toccare il suo sonno.
Era così vicina da farmi quasi paura. Adesso potevo vedere il suo volto. Se avessi pronunciato una singola sillaba lei mi avrebbe potuto udire. Qualsiasi cosa avessi fatto lei si sarebbe svegliata. E invece no, doveva restare così. Così la volevo. Addormentata. Profondamente addormentata.

“Madre de Dios”, pronunciò senza voce Martina. Usò lo spagnolo, la lingua di sua madre. Fu coraggiosa a mettere in mezzo il divino. L’uomo continuava a cingerla, come un predatore che bracca la sua preda. Non incontrai mai il suo sguardo, ma lo sentivo su di me. Ero rimasto zitto, in piedi, sulla soglia della stanza. Ci dividevano sette passi. Eppure, in quel momento, un’intera vita ci separava. Tutta la vita che sarebbe potuta essere e non sarebbe mai stata. Un amore marcio. Il crollo di una struttura. Brububum! Un tonfo. Crollò tutto in quell’istante. “Cosa… cosa ci fai qui?”, riuscì a dire con occhi smarriti ed immensi.

Infilai una mano nella tasca destra. Il guanto limitava la mia sensibilità. Senza far rumore riuscii a toccare con le dita la cordicella. La estrassi.
Martina dormiva senza movimenti. Chissà cosa stesse sognando. Restai un istante con la cordicella nella mano, sospesa in aria, il braccio immobile e lo sguardo su di lei.
Riguardai la cordicella e mi convinsi che fosse arrivato il momento.
Mentre mi avvicinavo, lentamente, sentii il suo profumo. Sapeva di donna, che è un misto di bucato, ragù fatto in casa e Chanel numero 5.
Mi inondò un senso d’amore totale. Disarmante. L’amavo perdutamente. E non era il ricordo né la speranza. Era puro sentimento. So che sarebbe stata l’unica donna. L’unica, l’ultima. Ma l’amore non mi fermò. Anzi, mi aiutò. Era l’amore che mi portava a quel gesto, a quel tentativo freddo e razionale.
Il sentimento che muove il mondo mi stava portando ad uccidere la mia Martina. Era ciò che dovevo fare. Non era una vendetta, ma una scelta. Sceglievo lei. Se l’avessi lasciata vivere avrebbe sbagliato ancora, ancora ed ancora. E la mia umanità mi avrebbe portato all’odio, alla rabbia, alla cecità, al disinnamoramento. No, io DOVEVO amarla. Era il mio destino. Dovevo combattere la mia debolezza, la mia umanità. L’unico modo era ucciderla. Congelarla a quell’immagine. Il suo corpo morbido e sinuoso tra le lenzuola. Un solo errore a macchiarla che, con il tempo, sarebbe finito nel dimenticatoio. E un’interminabile serie di immagini a sostenerne il mito.
Mi avventai sul suo collo con un solo movimento netto. Le alzai la testa e le passai intorno alla pelle la cordicella. Fui talmente veloce da farle aprire gli occhi quando già le stavo tappando la bocca con la mano sinistra. Le montai con tutto il corpo addosso imobilizzandola, mentre lei, accorgendosi della situazione, stava iniziando a divincolarsi. Lasciai la mano dalla sua bocca e in un attimo iniziai a stringere le due estremità della corda. Il gemito che emise si strozzò immediatamente e divenne rantolo. I suoi occhi brillanti si stavano arrossando. Il suo corpo continuò a dimenarsi con sempre meno forza. Entro poco perse energia e si fermò. Solo i suoi occhi immensi mi continuavano a fissare con un dolore infinito dentro.
Non erano occhi colmi d’amore. Erano occhi bugiardi. La morte le stava facendo affiorare il suo peccato. Stavo facendo la cosa giusta.
Stringevo con vigore e con costanza. Stavo sudando, arrossando, tremando. Non era la paura a provocarlo, ma l’energia fisica. Volevo che fosse tutto perfetto. Volevo che Martina, morendo, si pentisse. Volevo che, almeno in quel singolo momento, mi amasse profondamente. Avrei voluto che capisse.
Il suo viso si colorò di una tinta cianotica. Aveva provato ad annaspare, smettendo di combattere. Da pochi secondi invece sembrava in coma, solo qualche spasmo ogni tanto. Strinsi ancora più forte. I suoi occhi erano sempre aperti, ma completamente lontani. Chissà dove erano finiti. Dopo un altro minuto, in cui Martina non si mosse, lasciai la corda.
Affannai per qualche secondo, così, su di lei. Il sudore stava iniziando a scivolarmi giù dalle tempie. Estrassi dalla tasca sinistra un fazzoletto di panno e asciugai meticolosamente le gocce sulla fronte e attorno alle labbra.
Nessuna prova, mi ripetei.
Il tremore delle mani non smise, ma iniziai ad ignorarlo.
Scesi dal suo corpo attento a non spostarla. Mi alzai sulle mie gambe lentamente, aspettando che il ricircolo del sangue mi desse più vigore.
Posai il mio sguardo su di lei. Contratta, paonazza, gonfia. Era già altrove. Era già andata via.


La seconda volta che la uccisi fu di Dicembre.
Mi chiamò l’ispettore.
“Sto indagando sul caso di Martina Cantori. So che voi due eravate amici, avrei bisogno di farle qualche domanda. Potrei passare da lei domani pomeriggio, all’incirca verso le 15:00?”.
“Certo, sarò in casa a quell’ora”.
Riattaccai.
Feci subito marcia indietro e, nel giro di qualche minuto, raggiunsi trafelato casa mia.
Salii le scale a due a due e aprii la porta con un forte tremore alle mani. Sbattei l’uscio nell’aprirlo e lo richiusi con vigore. La casa era calda, il caminetto acceso creava delle luci cangianti sul muro di pietra. Il buio non era poi così buio.
In qualche falcata raggiunsi lo studio. Le porte a vetri erano aperte. Oltrepassai la soglia senza guardarmi intorno, puntando direttamente al computer sulla scrivania. Era già acceso, semplicemente in stand-by. Cliccai ferocemente il pulsante di riavvio e aspettai un istante che il pc si riprendesse.
Cercai una cartella, sul desktop, dal nome “Lei”. La trovai subito, era in basso a destra. La aprii un istante. C’erano tutte le sue foto. Circa mille. Ne aprii a caso due. In una era seduta su una panchina, chissà dove, chissà quando. Rideva. Nell’altra stava cucinando la pizza. Eravamo in campagna, nella casa di sua madre. Allora eravamo felici.
Chiusi la cartella e la spostai con un clic nel cestino. Ok, cancella. Qualche secondo e le foto di Martina erano svanite.
Aprii Word. Tra i dieci documenti scritti ce n’era uno dal nome: Diario, Settembre. Venti pagine che parlavano di lei. Un altro clic ed erano sparite nel niente.
Mi allontanai dal computer, con uno scatto animalesco.
Attraversai lo studio, oltrepassai la stanza e scesi le scale che portavano allo scantinato. L’odore era penetrante, di bucato e di chiuso. Superai velocemente i panni e la lavatrice per raggiungere una porta, più logora del resto della casa. La aprii e mi piegai appena per passarci.
Fui così nella mia stanza segreta. Il mio laboratorio.
Le luci erano solo rosse. La mia camera oscura. Non ricordo neanche più che aspetto avesse quella stanza prima di Lei.
Estrassi dalla tasca destra dei pantaloni un accendino. Afferrai la prima foto. Era il suo seno sinistro, con un grande capezzolo in primo piano. Accesi la fiamma e la lasciai morire tra le fiamme.
Presi la seconda. Il suo corpo nudo, di spalle, mentre si rivestiva. La scattai un anno prima, dopo aver fatto l’amore. La fiamma accartocciò le sue forme, e le inghiottì. La terza foto erano le sue labbra. Si vedeva, però, che erano già morte. Ma io la tenevo, perché in quel momento lei stava capendo. Io l’avevo perdonata perché lei aveva capito. Ne ero certo. Quelle labbra stavano per dirmi: “Perdono”.
Bruciai pure quella. E delle trecento foto erotiche, che troneggiavano sulle pareti di quella stanza, non ne restò neanche una. Uscii dalla stanza e mi fiondai nell’armadietto della stanza accanto, vicino alla lavatrice. Afferrai l’aspirapolvere e tornai nell’altra stanza. Aspirai tutta la cenere e non rimase più niente. La camera era tornata ad essere un semplice laboratorio fotografico. E, nel giro di qualche giorno, l’avrei smontato.
Peccato, quel posto era il mio diversivo. Ci andavo per piangere, per pensarla e per masturbarmi.
Adesso, cosa avrei fatto?
Non potevo però rischiare. Dovevo eliminare Ogni prova. Nessuno sapeva di noi. Avevamo vissuto un amore segreto, nascosto. L’unico che ci aveva visti era stato lui, il suo amante. Si chiamava Tommaso Merli ed era un brillante pediatra. Lui non avrebbe detto niente. Aveva una moglie e due figli. E la sua situazione sociale ed economica non gli consentiva scivoloni di questo tipo. Tommaso non rappresentava un rischio.
Ogni prova della mia storia con Martina era stata eliminata. Le armi del reato distrutte il giorno stesso dell’omicidio. Ogni altra cosa: inesistente.
Così, Martina, era morta per la seconda volta.
Il giorno seguente venne l’ispettore. Gli preparai un bicchiere di Vodka e parlai di questa persona, Martina Cantori, come di una ragazza di trent’anni un po’ strana, spesso sola, che vedevo ogni tanto al supermercato piuttosto che al parco.
“Che lei sappia aveva una relazione?” domandò anche l’ispettore
“Che io sappia… no”, risposi con non chalance.
L’ispettore se ne andò dopo un’ora. Mi confidò anche che l’unica pista aperta era nei confronti della madre. Sembrava che il giorno prima dell’omicidio avessero discusso telefonicamente.
Quella sera mangiai una buona bistecca. Accesi anche la Tv ma non avevo voglia di niente.
Sgattaiolai nella mia stanza rossa e pensai a lei, alla mia ossessione.
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