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 Una sera di inizio dicembre...

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Marisa Amadio
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MessaggioTitolo: Una sera di inizio dicembre...   Una sera di inizio dicembre... Icon_minitime3/2/2011, 22:49

Il freddo pungente di quella sera di inizio dicembre era particolarmente insidioso. Nel via vai, sul viale pedonale del centro, il pensiero più ricorrente ed allettante era il rientro al caldo della propria casa.
In quella frenesia, dell’ora prossima alla cena, la gente passava accanto ad una figura immobile che teneva lo sguardo fisso verso l’alto proprio in direzione della casa nostra. La sfioravano o la urtavano i più distratti, senza prestarvi particolare attenzione.

Non era molto alta, difficile per Irene stimarne la statura, dava l’idea di essere piuttosto magra poiché il cappotto che indossava, un loden verde, sembrava di una taglia più grande e in testa portava un berretto tipo basco. In mezzo a tutta quella confusione aveva l’aria di un fantasma piuttosto che di una persona reale, in carne ed ossa.
Là, dove si trovava, un isolato più avanti al loro e per di più dall’altro lato della strada, la luce del lampione era molto debole. Era da un po’ che attendevano l’intervento del Comune per la manutenzione, ossia da quando era tornata in vigore l’ora solare e le giornate si erano accorciate dall’oggi al domani.
Nonostante la scarsa illuminazione si notava distintamente che, quel personaggio misterioso, teneva stretto in mano qualcosa. Difficile capire di cosa si trattasse a meno di passargli accanto.
Altrettanto arduo era intuire se si trattava di un uomo o di una donna.
I suoi occhi dovevano avere un’espressione molto triste, poiché chi distrattamente incrociava il suo sguardo ne rimaneva attratto per qualche attimo.
Un’ ombra, ecco come descriverla, un’ombra scura, in attesa di qualcosa o di qualcuno.
Forse di un cenno, o di un’apparizione, chissà.
Una folata di vento strappò dalla fragile presa delle sue mani, ormai ghiacciate, un candido pezzo di tela che volò via perdendosi nell’oscurità.
La misteriosa figura non sembrò neppure accorgersene, si voltò dalla parte opposta e senza più girarsi se ne andò.
Irene fece tutte le rampe delle scale scivolando sul corrimano e terminando la rapida discesa con un balzo esperto davanti alla porta d’ingresso.
Uscì velocissima cercando di orientarsi nel buio. Ma dove era volata quella cosa? Una nuova folata la portò magicamente ai suoi piedi. Lo raccolse, era un fazzoletto di cotone, una tela talmente sottile, quasi impalpabile, le parve di vedervi ricamate in un angolo delle lettere, ma non aveva tempo per attardarsi a controllare, così lo infilò in tasca e rientrò molto rapidamente in casa.
Ebbe la sensazione che nessuno si fosse accorto della sua fuga e neppure del suo ritorno.

Come accade per un sogno particolarmente intenso, quando qualcuno ti viene a svegliare, il ricordo rimane vivo, non svanisce. Era stata la mamma a destarla e la esortava a prepararsi per la cena, non che fosse tardi ma, considerati i tempi che solitamente impiegava a cambiarsi, era meglio iniziare con un buon anticipo. Irene aveva trascorso tutta la mattina a sciare, rientrata a casa stanchissima, aveva pranzato di malavoglia e si era buttata sul letto addormentandosi all’istante.

Quel sogno però le era sembrato così reale che non riusciva a farlo svanire, neppure ora che era ben sveglia.
Tastò le tasche dei pantaloni sperando di trovare il fazzoletto che vi aveva infilato, chissà, forse non era stato solo un sogno. Erano vuote entrambe e si sentì delusa.
Corse alla finestra che dava sulla strada, l’appartamento si trovava al terzo piano, si avvicinò al vetro col naso e la bocca spiaccicati a divenire un tutt’uno con esso, ma non vide nessuno. Nel sogno, quando lei aveva iniziato a spiarla, quella presenza stava là da parecchio tempo, con le mani strette l’una all’altra.


Irene, era una ragazzina di undici anni, molto sveglia e molto curiosa. Sempre attenta a tutto ciò che le accadeva intorno, aveva deciso che da grande sarebbe diventata una scrittrice di libri d’avventura, come Geronimo Stilton, il suo personaggio preferito.

Aveva i capelli castani con taglio a caschetto, e una lunga frangia che non si lasciava tagliare finché non le arrivava al naso, mentre gli occhi erano gli stessi della nonna materna.
Irene l’amava molto e la nonna aveva un debole per quella nipote così simile a lei.
Era una nonna molto speciale, che non sapeva negare nulla ai nipoti e ad ogni rimprovero della figlia, per questo atteggiamento tollerante, ripeteva che la responsabilità di regole ed educazione era prerogativa dei genitori.
Raccontava storie di avventure strabilianti, alle quali giurava di aver partecipato. Quei racconti trasformavano i soggiorni presso di lei in vacanze fantastiche.
Vivere in città era diventata una tortura per Irene, da quando aveva cominciato a trascorrere periodi sempre più lunghi dalla nonna in montagna.
Aveva iniziato con qualche giorno, per poi rendere la vita impossibile, a mamma e papà, se non la portavano lassù ad ogni vacanza scolastica.
Sua madre era preoccupata per questo comportamento ribelle e le rimproverava sempre più spesso i modi da maschiaccio che avevano preso il posto degli insegnamenti che lei, con tanta sollecitudine, le aveva dato.
Al papà la nonna non era mai piaciuta, la considerava una vecchia eccentrica sulla via della pazzia.
Demenza senile, queste erano le parole precise che ripeteva ad ogni discussione con la mamma.
Il nonno sì, quello era un galantuomo una persona degna di grande stima e rispetto. Da quando se ne era andato, pace all’anima sua, la vecchia era completamente partita. Prima la decisione di tornare, tutta sola, ad abitare in quel buco di montagna, costringendo lui e la moglie ad accettare di prendersi l’appartamento sotto al suo.
-Non posso lasciarla sola per troppo tempo, comincia ad essere anziana e ad avere qualche problema di salute in più. Gli ripeteva la mamma..
-Ma che problemi di salute e salute, quella è solo completamente svitata, un po’ lo è sempre stata, ma ora è completamente fuori controllo.
Per fortuna sua moglie aveva preso tutto dal padre. Con suo disappunto, invece, si era accorto che la figlia, oltre ai tratti somatici, manifestava sempre più marcatamente il carattere della suocera.
La cosa che lo irritava maggiormente, quando si incontravano nelle occasioni inevitabili, era che il vecchio appariva lui, mentre la suocera manteneva intatta quell’aria brillante, moderna e giovane, non giovanile, come malignamente avrebbe preferito lui.
Gli dava fastidio anche l’ultima mania della donna , quella di invitare parenti e amici, che nessuno ricordava più di avere. Cugini, zii, prozii, proprozii. Ad ognuna di queste occasioni veniva invitata tutta la famiglia, Margherita, la figlia, lui e Irene, l’altro figlio, Carlo con la moglie Francesca e la prole Ludovico e Alessandro.


Irene si allontanò dalla finestra, nessuno le prestava attenzione, erano tutti indaffarati a preparare la cena.
Doveva essere un evento speciale visti gli acquisti dal macellaio, al supermercato e soprattutto le prelibatezze di pasticceria.
Dalla cucina si diffondevano aromi deliziosi di pietanze riservate solo alle occasioni importanti.
La tavola era preparata per nove e Irene era stata informata dell’ospite atteso ed era eccitatissima.
Insomma, c’era quella calda atmosfera della festa che a lei piaceva tanto. Natale era ancora lontano ma quella sera era un evento molto speciale.

La nonna le aveva fatto vedere quella persona, ritratta con lei e un’amica, in una di quelle vecchie foto che teneva nel suo scrittoio in camera. Avevano circa diciassette anni all’epoca e tutte tre sorridevano felici, con un’aria spensierata.
Irene aveva una vera passione per quelle foto, quando la andava a trovare, le chiedeva sempre di fargliele vedere e di ciascuna si faceva raccontare la storia. Era così divertente, perché ogni volta le vicende, i tempi e i nomi cambiavano, solo per la foto delle tre ragazze la versione rimaneva sempre la stessa.
Delle vecchie foto la sua preferita era quella del matrimonio dei nonni. Avevano un aspetto così buffo, entrambi lì impalati, rigidi, uno accanto all’altra senza neppure darsi la mano.
Lei era stata una bella donna, gli occhi azzurri messi in risalto dalle lunghe e folte ciglia, che il bianco e nero non permetteva di cogliere, mentre lui la sovrastava in altezza e aveva uno sguardo severo e tenero allo stesso tempo.


Il servizio buono era stato disposto in tavola con cura dalla nonna stessa, che aveva un legame quasi affettivo con quei piatti, sottopiatti, bicchieri e tutto il resto, oggetti che avevano accompagnato i momenti più significativi della sua vita.
Per quella cena erano tutti suoi ospiti, l’appartamento era il suo. Ci abitava da moltissimi anni, aveva scelto l’ultimo piano quando aveva deciso di trasferirsi. Era ancora giovane e atletica, come si divertiva a pavoneggiarsi, e le scale un esercizio per mantenersi in forma.
Il palazzo era provvisto di un ascensore nuovo, pertanto quando ne avrebbe avuto la necessità non ci sarebbero state difficoltà per arrivare in cima.
Situato nel centro del paese aveva una collocazione funzionale ad ogni suo bisogno.
Era il paese di montagna dove la nonna era nata e dove, contro il parere dei figli, ma come a compimento di un ciclo, aveva deciso di tornare, dopo la morte del marito.
Non aveva voluto sentire ragioni e determinata, come sempre era stata, aveva organizzato la ristrutturazione dell’appartamento. Vi aveva trasferito un po’ alla volta tutte le sue cose ed infine anche lei stessa vi si era stabilita.
Il primo piano era di proprietà dello zio Carlo, il figlio maschio, mentre il secondo era della madre di Irene.
Quella casa era per Irene un angolo di anarchia in cui si sentiva veramente libera senza, stranamente, infrangere le ferree regole di mamma e papà.


Pur sapendo la risposta, Irene chiese, ancora una volta, chi era la signora che sarebbe venuta a cena quella sera.
- E’ mia cugina, pensa che non la vedo da moltissimo tempo.
- Da dove viene?
- L’ultimo indirizzo, dove l’ho rintracciata è in Austria, vicino Salisburgo.
-Rintracciata? Perché, la stavi cercando? Non avevi più notizie di Lei?
-Sì, da molti anni ci siamo allontanate, non per screzi, bada bene, ma per come vanno le cose della vita.
-Ricordo ancora il giorno della foto. Mi sembra fosse una bellissima giornata di primavera.


-Dai ragazze mettetevi in posa! Pronte?
-Il sorriso va benissimo se riuscite a mantenerlo fino alla fine.
-Ma quanto dobbiamo stare ferme così, io mi sto stancando.
-Luisa, sei sempre la solita!
- Ancora per poco, su ragazze quanta impazienza.
-Quando saranno pronte le foto?
-Per la prossima settimana, ma me le dovete pagare in anticipo, non si sa mai che non vi facciate più vedere.



Penultimo anno di collegio. Tre ragazze legate da un’amicizia fatta di segreti e complicità. Una era lei, Luisa, carattere allegro e selvaggio, come la descrivevano in famiglia.. I genitori confidavano nella vita in collegio per domarla. Poi c’era Marta, sua cugina, pur assomigliandosi come due gocce d’acqua, erano caratterialmente diversissime. Marta curava il suo aspetto e l’abbigliamento in modo quasi maniacale, mai un capello fuori posto o lo stesso vestito mattino e pomeriggio. Infine Giovanna, era la perfetta via di mezzo fra le altre due. Apparteneva ad una famiglia di Milano, molto facoltosa, che affittava ogni anno una villa, sulle rive di un piccolo lago svizzero, per trascorrervi le vacanze estive.
Avevano invitato le amiche della figlia su insistenza di quest’ultima che si era sempre annoiata a morte durante quei soggiorni tutta sola. Il luogo era un incanto, con le alpi che si specchiavano nel lago.
Organizzavano ogni giorno qualcosa di diverso per divertirsi. Una mattina decisero di andare a cercar funghi. Non ne fecero parola con nessuno, come al solito, per evitare proibizioni e rimproveri.
Avevano previsto tutto, informandosi sui posti giusti dove trovarne in abbondanza.
Erano riuscite persino a convincere Marta ad indossare il peggiore vestito che avesse e quella fu una impresa davvero ardua.
Infine una mattina di buon ora, con il pretesto di andare a fare un’escursione intorno al lago, partirono con una cesta rifornita di ogni prelibatezza.
Presero il sentiero che le avevano consigliato raggiungendo in un’oretta il posto. Si abbuffarono
sdraiate sull’erba e svuotata la cesta cominciarono ad addentrarsi nel bosco.
Luisa propose di dividersi per cercare su una zona più vasta, sfruttando al meglio il tempo che avevano.
Le altre due un po’ timorose preferirono rimanere insieme
Con lo sguardo fisso al sottobosco si resero conto, solo molto tempo dopo, che si erano perse di vista e cominciarono a chiamare Luisa ad alta voce.
Niente, non arrivava nessuna risposta. Marta guardandosi intorno, ormai disperata, notò una cosa bianca annodata ad un ramoscello. Avvicinandosi riconobbe il fazzoletto della cugina. Proseguendo in quella direzione la trovarono per terra con una caviglia dolorante e non in grado di camminare.
Rientrarono con molte difficoltà a casa dove i rimproveri furono altrettanto severi. Fu proibito loro di allontanarsi dal giardino della villa per tutto il resto delle vacanze.
Marta, ripose quel vestito in un baule che non volle più riaprire.


-Ripensandoci meglio, era estate.
-Ma nonna avevi detto primavera.
-Piccola furbetta, avevo detto che forse era primavera.
-Ehi, vuoi vedere che ha ragione tuo padre che mi crede rimbambita?
- E il lago come si chiama?
-Sono messa davvero male eh! Non lo ricordo. Domani vado a controllare, sul retro della foto c’è scritto tutto.

La nonna per quella serata si era messa un vestito elegante che le stava molto bene, ma le dava un’aria severa, togliendole quella sbarazzina di sempre.

Suona il campanello.

-Io, io… vado io ad aprire!

E prima che chiunque potesse dire o fare qualcosa Irene si precipitò ad aprire la porta.
La persona che si trovò di fronte aveva una vaga somiglianza con la figura misteriosa sognata nel pomeriggio, o almeno questa fu la sua impressione. Teneva fra le mani una piccola scatola, confezionata in modo semplice.

-Tu devi essere Irene.
-E tu devi essere Marta.
-In persona, forse ancora per poco, ma stasera sono io.

Un momento come quello, pensò Irene, se lo sarebbe portato con sé per sempre.
Volle a tutti i costi essere ritratta con le due signore e dietro a quella foto avrebbe scritto la data, il luogo e i loro tre nomi.
Quando la nonna aprì la piccola scatola, ci trovò un fazzoletto di cotone, una tela tanto sottile, quasi impalpabile.
Aveva un sottile orlo di pizzo e, con stupore di Irene, c’erano delle iniziali ricamate.
La nonna era visibilmente commossa, qualcosa di un passato lontano le veniva restituito, portandole ricordi che credeva perduti.
Irene si allontanò e rimase in disparte ad osservare le due donne parlare, scherzare e sorridere. Nonostante le rughe e tutti i segni del tempo in quegli attimi sembravano ancora le ragazzine di una vecchia foto, scattata in una lontana estate che forse era primavera, durante una vacanza su un lago di cui si era perso il nome.


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MessaggioTitolo: Re: Una sera di inizio dicembre...   Una sera di inizio dicembre... Icon_minitime28/2/2011, 08:11

Il passato che ritorna, a volte accade. Mi sembra che in questo racconto ci sia molto di personale, o sbaglio?
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