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 L'apprendistato

Andare in basso 
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Sandra Sirianni
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Numero di messaggi : 10
Data d'iscrizione : 06.02.11

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MessaggioTitolo: L'apprendistato   L'apprendistato Icon_minitime6/2/2011, 20:22

Forse avrei dovuto capirlo, quando entrò in ufficio la prima volta, spalancando la porta e portandosi in mezzo alla stanza con la sua falcata da mezzofondista; lo spostamento d’aria al suo ingresso era stato eccessivo al punto di lasciar intuire qualcosa di anomalo: mancava la puzza di zolfo, è vero, ma dietro il suo pizzo nero c’era un ghigno sufficiente a far invidia a belzebù in persona.
Con le orecchie improvvisamente fredde per il colpo di vento, staccai gli occhi dal video, sul quale stavo scrupolosamente controllando la disponibilità di posti per uno spettacolo che mi interessava, e vidi di fronte a me, avvolto in un abito dal taglio perfetto che lo connotava come milanese doc senza bisogno di aprire bocca, un tipo alto e segaligno come ne avevo visti pochi, con un mento tondo e sporgente che si protendeva verso l’interlocutore come una penisola e una voce chioccia in modo inverosimile che avrebbe reso ridicolo chiunque, ma non lui.
“ soo ego, l’uovo” disse, e mi tese la mano sinistra, perché con la destra reggeva una Marlboro che, come avrei capito successivamente, non era una presenza occasionale ma un prolungamento del suo dito indice, avendo la proprietà di risorgere perennemente dalla sua stessa cicca, come l’araba fenice.
Mi soffermai un momento a riflettere sul significato dei suoni che mi aveva soffiato contro e dato che ci trovavamo in una compagnia di assicurazioni e non in un ristorante, esclusi che fosse venuto a propormi di acquistare una linea di tortelli all’uovo confezionati e esercitai mirabilmente l’intuito che mi aveva portato ad occupare il prestigioso scranno di sotto-responsabile di prodotto in quell’azienda, arrivando alla conclusione che quella successione casuale di parole smozzicate in falsetto e soffi afoni era la presentazione del mio nuovo collega Diego, sotto-responsabile di prodotto e mio pari.
“Piacere, Giulia” dissi freddamente, con l’incontrollabile sospetto che riservo istintivamente ad ogni nuovo ingresso, potenziale raccomandato , probabile stakanovista di facciata, sicuro fastidio nel già fastidioso trascinarsi delle giornate lavorative. A lui, peraltro, non riconoscevo nemmeno le attenuanti generiche, rassicurata nei miei pregiudizi dalla flagranza di reato di quel vestito miliardario e della sua provenienza geografica (ma dico, siete della capitale produttiva, no? e restateci, per la miseria, che bisogno avete di emigrare all’inverso per venire a guastare il nostro precario equilibrio di romani ladroni?)
Mi girai nuovamente verso il video dove, sullo schema ad anfiteatro dei posti, i quadratini si coloravano minacciosamente di rosso a ritmo sostenuto, e bofonchiai tra me e me qualche discreto accidenti all’indirizzo del tizio, che rischiava di farmi perdere, con il suo ingresso inopportuno, l’evento teatrale più importante della stagione.
Mentre sospiravo a fondo e mi dotavo di tutta la buona volontà necessaria ad affrontare lo stressante percorso a ostacoli per l’ accesso alle biglietterie elettroniche, fatto di collegamenti interrotti a metà, siti improvvisamente chiusi mentre il tuo numero di carta di credito galleggia nell’imperscrutabile liquame dei cavi telefonici, abend improvvisi, computer spenti e riaccesi e, infine, quasi invariabilmente, insulti telefonici a nastri registrati, sentii di nuovo quello strano gracchiare da un punto imprecisato alle mie spalle.
Con un moto di fastidio sospesi di nuovo l’attività perché, per colpa della solita educazione cattolica e piccolo borghese, mi costringo a un minimo di formalità, almeno nei primi due o tre incontri con uno sconosciuto.
Girandomi, sapevo già che avrei perso lo spettacolo e avrei avuto in cambio nientemeno che una piccante conversazione sul lavoro che si svolge nell’ufficio, i responsabili, l’ubicazione dei bar per la pausa pranzo, e che avremmo raggiunto l’acme del nostro scambio con l’inedita domanda “ dove si mangia meglio?”, manco ci fosse data l’opzione tra nouvelle cousine e cucina tradizionale regionale, entrambe di livello tre forchette Michelin.
Appena fui a portata di soffio, il tipo piantò nei miei occhi due pupille nere come la pece, affogate in un reticolo di rughette e sibilò “Parliamo di cose serie: dove si può comprare il fumo, in questa cavolo di città?”
Devo ammettere che sobbalzai un pochino. E’ vero che mi trascinavo in quegli ambienti da un numero di anni sufficiente a capire che non sempre sotto la cravatta c’è un’altra cravatta e che in rari casi, a frugare, si trova anche qualche spunto di sorpresa , ma questo qui mi sembrava esagerato.
Non che mi stessi scandalizzando, visto che l’argomento non mi era certo sconosciuto e che le canne, oltretutto, sono diventate un’acquasantiera per cui passano indifferentemente studenti, carpentieri, travet del ministero, managers e idraulici. Da quel punto di vista non si trattava che dell’ennesima conferma del fatto che l’abbattimento delle barriere di classe a colpi di cartine RIZZLA è il meglio che l’ultimo ventennio è riuscito, politicamente, a produrre.
Quello che mi aveva spiazzato era lo spudorato utilizzo dell’argomento come tattica di approccio, in un ambiente come quello in cui ci trovavamo. Una specie di lattina di Andy Wharol, insomma, forse meno artistica ma altrettanto fuori contesto e, dunque, d’effetto.
Evidentemente il satiro modello Armani che avevo di fronte aveva un intuito molto più sottile di quanto io avevo grossolanamente immaginato, e aveva capito dalla mia faccia qual era il genere di conversazione capace di incrinare la mia granitica prevenzione.
Quel che è certo è che cominciai a guardarlo con molta più attenzione e, anche se ammisi la mia impotenza, dovuta alla mancata frequentazione di spacciatori, lui non sembrò urtato più di tanto e cominciò una cinica disamina dei suoi precedenti incontri in ufficio, riuscendo in breve a disegnare una legione di ragni pettoruti, cervelli di gatto ed evasi dalle tavole di Quino e Jacovitti che mi sembrò un affresco quasi perfetto della mia vita di relazione quotidiana. Davvero, avrei potuto farlo io ad occhi chiusi.
Ridendo come un’ebete arrivai quindi in meno di un’ora alla conclusione che mi ero finalmente imbattuta in un collega che mi assomigliava e che forse da quel giorno in poi mi sarei annoiata un po’ meno. Grazie sorte, per una volta.
Naturalmente non avevo idea di quanto mi stessi sbagliando, ma sta di fatto che andare al lavoro diventò all’improvviso un’esperienza divertente, e le mie giornate passate a pestare frasi burocratiche sulla tastiera del computer, si riempirono di intervalli demenziali, con lui che, senza alzarsi dalla sedia, si spingeva coi talloni fino a dietro la mia scrivania e dopo aver sporto il suo mento-periscopio sopra la mia spalla e avermi ammorbato col suo alito da portacenere, arricchiva la sua personale cosmogonia di qualche altro ritrattino, oppure, stravaccato su una sedia (sospettavo fosse sempre la stessa, ormai fusa col fondo dei suoi pregiatissimi pantaloni griffati) intorno a un tristissimo “tavolo riunioni”, inceneriva con lo sguardo i nostri colleghi che si incaponivano a difendere le loro posizioni, guidati dal nobile ideale, che so, della razionalizzazione delle provvigioni ai venditori, invece di tacere e accontentare i capi, mettendo così fine a quello strazio, e rendendoci liberi di correre felici verso un pizza salsiccia e broccoletti.
Poi parlava di sesso in continuazione, quell’uomo, ma in modo abbastanza buffo da allontanare il sospetto di molestia, con una sfumatura che, a rischio di scandalizzare i puri di spirito, definirei peculiare dello “humor milanese”. Mi rendo conto che l’accostamento dei due termini ha un sapore netto di ossimoro per menti residenti sotto la linea del Po, ma all’evidenza sperimentale bisogna pur riconoscere un valore, e io posso dire, con cognizione di causa, che lo “humor milanese” sopravviverà in un numero limitato di esemplari, ma di sicuro non è del tutto estinto.
Quando non era preso a navigare tra siti porno, Diego si lanciava in straordinari monologhi, in cui trovava cittadinanza un’ incredibile varietà di rapporti intimi: eterosessuali, omosessuali, eterosessuali con assistenza omo e viceversa, standard con uso di audiovisivi, di gruppo con singoli e di gruppo tout court, di gruppo o di coppia con specchiera parabolica, di coppia con scambio carpiato del partner, con o senza uso di droghe (e in abbinamento veniva declinato il catalogo delle droghe più afrodisiache), il tutto sperimentato personalmente, a quanto diceva, e di provato interesse.
Mi intratteneva con argomenti di questo genere almeno un paio di volte al giorno e concludeva sistematicamente con l’accorata raccomandazione di non cornificare il mio uomo con altri che lui, altrimenti si sarebbe offeso seriamente.
Io ridevo e ascoltavo, ritenendomi persona di larghe vedute e immune da qualsiasi forma di moralismo, ma piano piano, a forza di starlo a sentire, cominciò a maturarmi dentro il fastidioso dubbio che le mie larghe vedute guardassero, in realtà, in direzione del vuoto assoluto e che la mia vita sessuale fosse interessante come un brodino vegetale, da sempre oppressa da un’impostazione bacchettona “di sinistra” che metteva al primo posto la “sincerità nel rapporto” (che palle), l’affinità morale e intellettuale (che sonno) e le mutande da bancarella in simil juta, dato che il consumismo in materia di biancheria intima era da considerare, come ogni altra forma di consumismo, delittuoso e futile.
Non so quando s’incrinò seriamente il mio equilibrio, mi ricordo solo che quando lo sentii dire che quella sera avrebbe fatto mangiare la sua fidanzata nella ciotola, capii che non avrei più potuto sopportare la silenziosa bisettimanale in stanza buia sui cui ci eravamo assestati io e il mio uomo negli ultimi tempi e che dovevo prendere provvedimenti urgenti per non diventare un fossile sessuale, immobile nel suo letto di roccia mentre intorno impazza, trombando senza requie, un turbinio di nuove forme di vita.
Quella sera tornai a casa a passo di carica, spinta da una determinazione che non ricordavo più di avere, in quella distesa di mezze misure che era diventato da tempo il mio orizzonte esistenziale.
Le strade erano affollate di gente invasata di shopping – era Natale – ma a me non la davano più a bere con i loro pacchetti colorati buonisti e le loro finte facce vuote, illuminate a intermittenza, dalle file di Babbi Natale e Stelle comete, tese da marciapiede a marciapiede.
Io ora SAPEVO che quelli mani solcate dai manici di buste di plastica pesantissime, quella sera sarebbero state incatenate alla testata di un letto in ferro battuto, in attesa di sentire un tacco a spillo piantato nella schiena e che sotto quelle orribili carte da regalo decorate a orsetti, quasi certamente covava un vibratore o un completo guepiere-stivali-frustino.
Avevo voglia di fermarli uno ad uno e strappare loro di dosso quelle squallide divise da impiegati per mettere a nudo perizoma di pelle, reggiseni coi capezzoli in acciaio e sospensori di stoffa leopardata e di schiaffeggiarli per non avermelo mai detto, per avermi lasciato sola, a coltivare valori anacronistici, tutta compiaciuta del mio saper osare quando mi chiudevo in bagno a leggere un romanzo erotico di tre secoli fa.
Feci gli scalini a tre a tre e mi sbattei la porta alle spalle. La casa era deserta e puzzava leggermente di cavolo lesso, tanto per esagerare con le metafore. In una sera normale avrei seminato qua e là scarpe e cappotto e mi sarei messa al telefono con qualche amica o buttata sul divano con un libro. A breve avrei spezzato il silenzio col ronzio inutile del televisore, che mi avrebbe narcotizzato provocandomi il solito collasso, anche prima di cena. Dopo un’ora che dormivo sarebbe comparsa sulla porta l’oscura figura di Marco, il mio uomo, infagottato nel suo enorme giaccone, giusto un attimo, prima di esser risucchiato dalla porta della cucina, e poi risputato, a tempo debito, direttamente sull’altro divano, scongiurando il rischio del minimo contatto. Avremmo dormito come pupi, ognuno sul suo divano, fino alle tre, quando uno dei due, strofinandosi gli occhi gibbosi e tirandosi su a fatica, avrebbe scosso vigorosamente l’altro che, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe infilato nel letto semivestito e, nella peggiore, avrebbe bofonchiato qualche verso o qualche parola in stato di totale catalessi e si sarebbe voltato dall’altra parte, per svegliarsi il giorno dopo da solo, mezzo dentro e mezzo fuori dal divano e con un mal di schiena da camallo sotto straordinari.
Ma quella sera no, niente affatto.
Per prima cosa spalancai l’armadio e rovesciai sul letto il contenuto di tutti i cassetti. Mi allontanai di due passi per avere una buona visione d’insieme del mortale assortimento di bianchi ingrigiti, azzurrati o rosati dai lavaggi a 90 gradi, di neri virati definitivamente verso il color topo e di beige radiati dal campionario dei colori della biancheria intima, almeno dal dopoguerra. Poi mi avvicinai e, con una certa riluttanza, infilai la mano in quell’ammasso informe, prelevando alcuni campioni per analizzarli in dettaglio.
Per primo venne su un mio paio di mutande di cotone bianco a costine che festeggiavano in quel periodo i dieci anni di onorato servizio. In due lustri, avevano attraversato insieme a me una fase di bulimia e poi una di dieta e poi di nuovo una di bulimia e poi di nuovo di dieta fino a che la loro forma aveva perso qualsiasi definizione e sembrava mutare continuamente come un’ameba al microscopio, probabilmente per colpa di un elastico slabbrato al punto di produrre degli strani peluzzi di gomma, eppure ornato, in un patetico tentativo di ingentilire l’insieme, da un orrendo fiocchetto
Le scagliai contro il muro, con tutta la forza che avevo e poi tornai a frugare estraendo, nell’ordine, un paio di boxer di una stoffa spessa due dita, ottimi per la contenzione e prevenzione dei reati sessuali vista la totale insensibilità che assicuravano all’area genitale, due o tre body di pizzo grigiastro con dei buchi grandi come noci sulla pancia, le mutande di lana lunghe fino alla caviglia che il mio lui usava in moto e che non disdegnava di tenere anche a letto nelle serate invernali, le mie calze di filanca (nell’era della microfibra esiste ancora la filanca, vi assicuro) nere e compatte come il mio umore del momento.
Dopo aver giustiziato uno ad uno quei pietosi capi di abbigliamento, con una furia sterminatrice che cresceva di mutanda in mutanda, sentii il bisogno di fermarmi a riflettere per elaborare una strategia sensata, capace di tirarmi fuori da quell’abiezione, o meglio capace di scaraventarmici, finalmente, nell’abiezione.
Stavo ancora seduta in penombra a pensare, nel silenzio più assoluto, quando arrivò il correo, fischiettando in modo idiota come se non fosse colpevole, come me, dell’omicidio degli istinti e della creatività, sadicamente perpetrato tra quelle quattro mura. Cercai di controllare il fastidio che mi generava quel fischiettio, giustificandolo col fatto che lui non aveva guru sessuomani settentrionali ad illuminarlo e a fargli acquisire consapevolezza di sé, ma al contrario era zavorrato da un pugno di colleghi che se la menavano tutto il giorno – tranne di lunedì quando parlavano della roma – su “qual è l’equilibro giusto nel rapporto”, “come conquistare i propri spazi” e simili cazzate.
Non nego, comunque, che provai una certa soddisfazione quando il fischiettio si affievolì fino a spegnersi del tutto e il silenzio tornò perfetto: doveva essersi imbattuto nelle sue preziose mutande di lana, ridotte a brandelli e impiccate al lampadario dell’ingresso.
Dopo un po’ ricominciai a sentire il rumore dei passi e lo immaginai, con gusto, raccogliere i pezzi di biancheria sparsi tutt’intorno; lo sentii aprire la porta della camera da letto e i cassetti dell’armadio uno ad uno per constatare che non c’era più niente dentro e poi, finalmente, spalancò la porta del soggiorno già pronto a sparare a raffica una batteria di domande, che gli implose nella trachea quando si trovò davanti i miei occhi feroci, quasi fosforescenti nel buio che ormai aveva invaso la stanza.
Così rimase zitto e parlai io.
“E’ ora di farla finita”, dissi scandendo le parole “così non è possibile andare avanti”.
Impallidì e prese a deglutire all’impazzata, poi, quando il pomo d’adamo, che continuava a vagare dallo sterno alla sommità del mento, riuscì a ritrovare il suo alveo naturale, provò ad abbozzare una risposta .
“m-ma perché, adesso…così…con tutta quella roba sparsa in giro. N-non ci capisco niente, lo sai che t-ti amo…”
Andai su tutte le furie:
“AMORE??? Ma che c’entra adesso?? Non vorrai mica iniziare con questa lagna? Ma chi ha parlato d’amore? SESSO, di sesso sto parlando, te lo ricordi cos’è, o sei troppo preso a cantare il de profundis ai mutandoni?”
Fece una faccia incerta, non capiva più se lo stavo lasciando o stavo per criticare le sue performance amatorie. In entrambi i casi era un dramma, ma un po’ più nel secondo. Tutti i maschi hanno in comune una scala di valori rigidissima: prima di tutto la dignità del pene, non conta quanto usato, poi si parla di vita, morte e quisquilie collaterali.
Decise, ad ogni buon conto, di mettere su la faccia afflitta, da amante insufficiente, e disse costernato
“…hai capito che è davvero troppo stretto….”
Alzai gli occhi al cielo: ancora con questa storia.
Una volta, in un inutile accesso di sincerità, gli avevo confidato che la lunghezza del suo pene, oggetto naturalmente di continua riflessione da parte sua, era del tutto rispettabile ma che, invece, al mio precedente fidanzato andava ufficialmente attribuita una maggiore larghezza, aggiungendo, a titolo di pura accademia, che anche a questa seconda dimensione, spesso negletta, bisognava riconoscere una certa importanza.
Da quella dichiarazione in poi, non era passato giorno senza ritrovarmelo, mentre mi truccavo per uscire o mentre leggevo un libro, seduto nudo sul bordo della vasca o sul bracciolo del divano con gli occhi bassi e le mani appiccicate al pisello, e quando gli chiedevo cosa stesse facendo, alzava gli occhioni tristi tristi e rispondeva immancabilmente “me lo allargo”.
“Falla finita, è una cosa seria. Stammi a sentire, tu non hai idea di come vanno davvero le cose del sesso e nemmeno io, qui la gente mangia nelle ciotole e noi ci addormentiamo davanti alla televisione, il massimo dell’erotismo a cui riusciamo a pensare è farlo sul divano invece che sul letto o cambiare posizione sopra-sotto-avanti-dietro, prova a dirlo in giro e vedi se non ti si buttano per terra dal ridere, non abbiamo nemmeno mai partecipato a un’orgia che è quasi il minimo sindacale, guarda che quelli come noi non li invita più nessuno manco alla bocciofila, ti credo che non usciamo quasi più. Lo so non è solo colpa tua, a te chi te lo dice, mica ci hai il milanese che ti spiega bene come stanno le cose, del resto pure io ci ho messo un bel po’ a farmi un quadro chiaro, ma guarda che qua se non ci diamo una mossa diventiamo dei paria di questa società e poi, al di là di tutto, ma ti rendi conto che palle la nostra vita sessuale, che la decide praticamente la televisione: stasera (ipoteticamente) c’è un film che mi piace, non trombo, stasera (realisticamente) c’è una stronzata, mi ci addormento e non trombo, praticamente non trombo mai tranne quando vado a cena fuori che poi mi sento pure pesante e non viene neanche bene.
E poi quella biancheria, guarda non ne voglio parlare proprio, secondo me tra un po’ la metteranno fuorilegge, ma questo è un problema risolto, almeno. Per ricomprarla ci possiamo scaricare da internet la lista dei sexy shop di zona così cominciamo ad impratichirci. Sul sado maso sicuramente lì qualche consiglio ce lo sapranno dare, sai qualcosa da principianti tanto per incominciate, però io intanto partirei dall’orgia che dev’essere più facile, più alla nostra portata, magari ci facciamo aiutare da Diego…”
Il suono del citofono mi interruppe e mi diede modo di constatare la straordinaria dilatazione che avevano raggiunto le sue pupille. Mi guardò ancora un attimo con quei due canotti neri, poi si girò in maniera meccanica e sollevò la cornetta del citofono.
Chiesi chi era.
Alberto, rispose.
Ah Alberto, è vero, me l’ero dimenticato.
Alberto, se ci fosse un terzo divano sui cui dormire davanti alla televisione, ne sarebbe titolare di diritto, ma non c’è e allora in genere si accontenta di una sedia dalla quale veglia scomodamente il nostro sonno.
Alberto è “l’amico single della coppia”, figura classica ma, nel nostro caso, lievemente strabordante. E’ quello che citofona ogni sera per fare un saluto e resta fino a dopo che tutti si sono addormentati, quello che quando c’è un problema nel rapporto prima ne parla con lui e poi ne parla con lei, dando rigorosamente ragione ad entrambi contro l’altro e che, se proprio non riesce a evitare il contatto diretto tra i due, interviene sentendosi personalmente coinvolto e si becca una quantità di vaffanculo tale da far desistere chiunque ma non lui, coraggiosamente consapevole degli oneri del ruolo. Alberto è colui che, al nostro matrimonio, si è ubriacato fino a inebetirsi e ha pianto inarrestabilmente come una vite tagliata, troppo commosso per essere consolato, così, a festa finita, è stato necessario un supplemento di conforto nella nostra stanza da letto, dove lui, seduto al centro del copriletto intonso, ha parlato per un’ora delle sue emozioni prima di decidersi a lasciarci e a varcare la porta della sua stanza, quella accanto, mentre fuori già albeggiava.
Pure stasera, smoccolai mentalmente, mentre guardavo Marco aprire la porta e parlottare fitto con Alberto, lanciando sguardi obliqui nella mia direzione.
Poi mi resi conto dell’errore che stavo commettendo: da quella sera la vita andava guardata da un’angolatura diversa e, senza farsi deviare dalla routine, era facile vedere che anche Alberto era un’occasione. Che anche per Alberto quella sera c’era un’occasione: “entrare” nella coppia per davvero, disponendosi a una buona, solida, iniezione di fatti, dopo tanto inutile blaterare.
“Siediti”, gli dissi, “e ascoltami attentamente”
“Sei fortunato: stasera incappi nell’inizio di una nuova era. Adesso noi tre verremo fuori dal pattume della nostra vita sessuale con un memorabile rapporto a tre. Cominciate a spogliarvi e toccatevi pure, se volete. Io vado di là, nel cimitero, a vedere se, frugando, riesco a inventarmi qualcosa di un po’ eccitante da tenere addosso, giusto il tempo necessario. Vi metto un po’ di musica, intanto, cercate di rilassarvi.”
Mentre uscivo li osservai con la coda dell’occhio. Marco era rimasto immobile e muto, seduto sul divano, con gli occhi fissi sul televisore spento, mentre Alberto era stato preso dal solito attacco di ridarella e tentava, in preda ai singulti, di chiedere spiegazioni su quanto stava succedendo.
Li lasciai al loro destino e mi chiusi alle spalle la porta della mia stanza da letto. Avevo in mente un acquisto che avevo fatto anni prima, uno di quei reggiseni antigravitazionali, capaci di trasformare qualsiasi paio di tette, stringendo qui e imbottendo lì, in due palloni da basket.
Frugando sul fondo dell’armadio, riuscii finalmente a trovarlo. Aveva pure dei magnifici inserti di raso nero. Lo indossai e immediatamente sentii la pelle calda del mio seno sfiorarmi la gola. Perbacco, funziona, pensai.
Poi mi spogliai completamente e mi infilai in un paio di culottes comprate per sbaglio su una bancarella e immediatamente abbandonate, una volta appuratane l’assoluta scomodità; srotolai non senza sforzo, sopra le mie ragguardevoli ginocchia, delle calze autoreggenti due milioni di den e infine tirai fuori un paio di scarpe nere dai tacchi altissimi che mi ero messa solo una volta, al matrimonio di mio cugino.
Guardandomi allo specchio, per poco non cacciai un urlo, ma poi una volta fatta l’abitudine a quel troione che mi fissava, constatai come le mie gambe fossero diventate improvvisamente sottili e sode, da quei tronchi che erano, e come mi fossero spuntate fuori un paio di tette che non ricordavo di avere mai avuto.
Mica male, dopo tutto.
Completai l’opera truccandomi senza risparmio, in assoluta comunione spirituale con Frankie, il mitico transessuale di “The Rocky Horror Picture Show”.
Quando fui soddisfatta del risultato, spalancai la porta del soggiorno e rimasi scenograficamente immobile per qualche istante, prima di appoggiarmi allo stipite come facevano sempre le starlette televisive, spingendo il petto in avanti e sporgendo il più possibile in fuori il mio più che rispettabile culo, del quale andavo giustamente fiera.
Trovai quei due esattamente come li avevo lasciati, Alberto rideva ancora come un cretino e Marco sembrava colpito di fresco da un ictus.
Quando mi vide, però, Alberto smise immediatamente di ridere e cominciò a fissarmi con uno sguardo che non gli conoscevo. Mentre mi muovevo sinuosamente intorno a loro, lui si tolse prima la giacca, che aveva ancora addosso, e poi, in rapida successione, maglione e camicia, come se la sua termoregolazione fosse improvvisamente saltata.
Io mi avvicinai di più e presi a strofinargli leggermente una gamba contro il braccio nudo.
Marco, apparentemente, non emergeva ancora dallo stato d’incoscienza, ma io, che lo conoscevo, notai che gli occhi gli erano diventati verdissimi, cosa che gli capitava solo mentre faceva sesso o quando era preda di una forte emozione.
Sedetti sulle ginocchia di Alberto e cominciai a baciarlo, accarezzandolo diligentemente dov’era indispensabile, ai fini della buona riuscita dell’iniziativa.
Quella mascherata, e la temperatura surriscaldata della stanza cominciavano a produrre i loro effetti anche su di me che sentivo crescere l’eccitazione e, contemporaneamente, smaniavo del desiderio che Marco, finalmente, si avvicinasse a noi.
Sembrava che tutto andasse finalmente per il meglio, quando Alberto si alzò con uno scatto, mi prese il viso tra le mani e guardandomi negli occhi disse “Spogliati”.
Anch’ io lo guardai negli occhi e vidi, a due centimetri dalla mia, tutta arricciata in un’espressione intenzionalmente molto maschia, precisamente la faccia di Alberto, il mio amico di sempre, e non quella di Marlon Brando, di John Holmes o dell’uomo del destino.
Così successe l’irreparabile, scoppiai a ridere come una deficiente, proprio mentre Marco scattava dal divano e si buttava addosso a Alberto spingendolo per terra, e quello si metteva a schiamazzare come una cornacchia, schiacciato sotto il peso di novanta, legittimi e maritali chili, accomodati sul suo petto ossuto.
Quando riuscii a fatica a smettere di ridere, mi resi conto del fatto che il malcapitato era diventato completamente viola e, nonostante le sue labbra continuassero ad aprirsi e chiudersi, non emetteva più alcun suono, mentre Marco non accennava a muoversi e, sempre seduto sul suo petto, mi guardava con una verde espressione di rimprovero.
“Basta, fermi, ma che cavolo stiamo facendo!” dissi, tirando Marco per un braccio e riuscendo finalmente a riportarlo sul divano.
Alberto, tossendo come una cinquecento originale degli anni ‘50, stava lentamente recuperando la giusta distribuzione del sangue, che defluiva a poco a poco dalla sua faccia congestionata per riportare un po’ di colore sotto lo sparuto ciuffo di peli che ornava il suo petto, incautamente scoperto durante i suoi cinque minuti di machismo.
Fu allora che ci guardammo tutti e tre, io con il rossetto rosso sangue sbavato su tutta la faccia (e anche un po’ sulle tette che, alla faccia, erano troppo vicine per via del reggiseno turbo), Alberto mezzo svestito che si massaggiava il petto, Marco di nuovo immobile e con l’espressione che doveva aver avuto Edipo, due minuti prima di ammazzare suo padre.
Scoppiammo a ridere all’unisono e andammo avanti un quarto d’ora, buttati per terra come tre cretini e smozzicando mezze frasi “..ma davvero tu volevi..” ..e tu poi che cazzo fai, ci stai...” “..però mica male ‘sto scarpino…” “…io ti denuncio per lesioni, mica no…”e così via.
Fummo di nuovo interrotti dal suono del citofono e stavolta andai ad aprire io.
Quando tornai di là avevo smesso di ridere perché il destino aveva voluto correggere i nostri errori inviando tra noi il suo emissario, l’unto di Siffredi, l’uomo delle provvidenza: per la prima volta da quando ci conoscevamo, Diego ci aveva fatto un’improvvisata.
Non c’era tempo per dire nulla, riuscii solo ad abbracciare Marco per un secondo e a sussurrargli “ti prego, assecondami un po’, vedrai che ci farà bene…” e ripartii lancia in resta.
Raccattai al volo una salvietta per pulirmi approssimativamente il viso e spalancai la porta, mostrandomi al mio vate nello splendore del mio costumino rimediato e trillando un “che fortuna Diego, benvenuto, stavamo facendo un’orgia!” che gli gelò il sorriso di circostanza sulla faccia.
Per dimostrargli che facevo sul serio gli stampai un bacio sulla bocca e lo accompagnai sul divano, dove Alberto cercava di ricomporsi. “Vedi” iniziai a spiegargli “Noi ci abbiamo provato, ma forse con Alberto ci conosciamo troppo bene e non riusciamo ad essere seri, sai, sicuramente è perché siamo dei dilettanti, a te magari non capitava, però adesso dacci una mano: come ci mettiamo?”
“Prego?”
“Nel senso chi sta davanti e chi dietro, chi si mette in piedi davanti a me per il pompino, chi fa il filmino, se serve, e chi lo fa rivedere, non so…dicci tu…”
Lui si allentò leggermente il nodo dell’immancabile cravatta e rimase zitto.
Cominciavo a preoccuparmi, probabilmente era disgustato dalla banalità della situazione e delle mie proposte: “Senti, magari ti va di succhiarmi un po’ le dita dei piedi, che dici? Oppure vuoi che ci picchiamo un po’? dacci un’indicazione però, perché lo sai che io sono proprio all’inizio, devo pur prendere una direzione…”
“…ce l’hai un computer?”
“..un computer? Sì certo, però scusa, ma adesso che c’entra…non vedi in che situazione siamo, se aspettiamo un altro po’ non abbiamo più la minima speranza di concludere qualcosa. Non ti piaccio, forse… eppure al lavoro dici sempre che dovremmo fare un po’ di sesso…”
“…certo che mi piaci, piantala e non preoccuparti, ci scaldiamo col computer e poi partiamo a razzo, fidati di me”
Così, in equilibrio sui tacchi, fui costretta a collegare il mio portatile, inciampando varie volte in tutti quei dannati cavi elettrici e telefonici.
Poi gli sistemai una sedia davanti al video, e tornai a sedermi sul divano.
Appena prese posto, lo schermo si riempì di falli enormi introdotti a casaccio un po’ ovunque e di pubi femminili pelati come noccioline, mentre in ogni angolo spuntavano finestre di chat line erotiche.
Diego, dandoci le spalle, iniziò a parlare: “vedete questi li conosco, sono in collegamento con la web cam, la settimana scorsa a Genova, abbiamo fatto una gang bang con il Popper, ti sembra di esplodere anche prima di iniziare a scopare, poi sai, abbiamo deciso di provare l’asfissia tanto se ci restavo secco ne sarebbe valsa la pena, guarda questa che se la stanno facendo in due…adesso le scrivo sulla chat, tanto c’è sempre qualcuno …”ti sento, sei bagnatissima, bagnati ancora fatti squarciare da quel negrone..…guarda questi altri, accidenti, sono sette tutti dentro la stessa, però, per la miseria noi siamo arrivati massimo a cinque..”
Noi eravamo rimasti zitti e seduti in fila disciplinatamene sul divano in attesa che qualcosa si muovesse, e qualcosa pareva muoversi, in effetti, nei suoi pantaloni, ma lui continuava a darci le spalle e a digitare e si girò solo per dirci “questo è adsl? posso chiamare al telefono mentre chatto?”
Dopo un quarto d’ora decidemmo di trasferirci in cucina a farci un pezzo di pane e formaggio e a bere un bicchiere di vino, mentre di là continuava e sentirsi il ticchettio dei tasti e una galleria di ansiti e mugolii che pareva davvero un’orgia.
Mi affacciai un attimo verso l’una, giusto il tempo di sentirlo dire “…spalmati di vasellina tutti i buchi, perché il padrone sarà molto cattivo, servetta cara, cattivo davvero, perché chi sbaglia deve pagare …” accostai la porta piano senza disturbarlo, buttai via le scarpe e finii tranquillamente, insieme a Marco e Alberto, la seconda bottiglia di vino.
Poi andai in camera da letto, mi infilai un maglione e un paio di jeans, e uscimmo tutti e tre che la notte era ancora giovane.
Io e Marco accompagnammo a casa Alberto e poi andammo al mare, dove ci accoppiammo felici come due babbuini, fino all’alba.
Tornammo a casa verso le sette, con mezza spiaggia nei capelli, senza dimenticare di passare dal bar, a prendere un cappuccino e un cornetto caldo per Diego.
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Sandra Sirianni
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MessaggioTitolo: Re: L'apprendistato   L'apprendistato Icon_minitime6/2/2011, 20:24

comincio con un vecchio scherzo.
Di questi tempi mi pare tornato di moda.
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Sandra Sirianni
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MessaggioTitolo: Re: L'apprendistato   L'apprendistato Icon_minitime7/2/2011, 18:55

scusate l'ho postato per sbaglio qui, non c'entra niente. Non è spam è che non avevo capito il sistema
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MessaggioTitolo: Re: L'apprendistato   L'apprendistato Icon_minitime7/2/2011, 21:00

Ciao, Sandra, te lo sposto nella sezione In punta di prosa...

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Daniela Micheli
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MessaggioTitolo: Re: L'apprendistato   L'apprendistato Icon_minitime7/2/2011, 21:02

e mettiti un avatar, piace mica la gente svestita Very Happy

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MessaggioTitolo: Re: L'apprendistato   L'apprendistato Icon_minitime7/2/2011, 21:04

No, vedo che lo hai già messo tu nella sezione giusta, lo archivio...

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MessaggioTitolo: Re: L'apprendistato   L'apprendistato Icon_minitime

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