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 Robocchio (capitoli 4, 5, 6)

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Kabir Lopez
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Robocchio (capitoli 4, 5, 6) Empty
MessaggioTitolo: Robocchio (capitoli 4, 5, 6)   Robocchio (capitoli 4, 5, 6) Icon_minitime4/3/2011, 09:13

Cap. 4: Robocchio ed i consigli

Mentre il povero Cippetto veniva condotto, innocente, in prigione, quel monello di Robocchio, dopo aver girovagato per la città, fece ritorno a casa. L’uscio era socchiuso, giacchè per inseguirlo Cippetto non si era attardato a chiuderlo.
Entrato, Robocchio si lasciò cadere stancamente sul divano e, all’improvviso, sentì una voce cominciare a parlargli, mentre uno strano apparecchio quadrato di fronte a lui iniziava a mostrare delle immagini in movimento.
Il nostro povero robottino, infatti, si era senza volerlo seduto sul telecomando del televisore, ed aveva premuto il tasto di accensione.
“Benvenuti, amici telespettatori, alla seimilacentoventitreesima puntata di “Rifammi tutto”, il programma che, anche oggi, regalerà a quattro persone comuni un aspetto da star holliwoodiana!” fece la voce sconosciuta “E, ancora una volta, sarò io, il vostro Naik Bonjour, a guidare la trasformazione di queste quattro larve in quattro stupende farfalle, pronte a spiccare il volo verso una nuova vita. Ma adesso, prima di entrare nel vivo della puntata, diamo la linea alla regia per alcuni consigli.”
Affascinato, Robocchio restò a fissare a bocca aperta quello strano, rassicurante vecchietto che gli parlava dallo schermo. Lo studio televisivo, così ricco di colori e suoni, all’interno del quale si muovevano morbide e sinuose creature femminili, era così diverso rispetto al misero salotto, arredato con un’accozzaglia di mobili che sembravano appena usciti dal magazzino scarti della Okea, nel quale si trovava in quel momento!
E che dire di tutto quel ben di Dio, così a portata di mano, che gli stavano mostrando ora? Certo, alcune cose erano alquanto bizzarre: cos’era quella strana garza con le ali, e davvero esistevano persone che, in nome di una naturale regolarità, erano disposte ad ingerire uno schifosissimo Infidus Captivus? E quell’uccellino parlante, poi…
Certo, ma come rinunciare alla superjeep che si trasforma in Robot? Come fare a meno dell’orologio che nessuno può provare a toglierti? Come vivere senza avere a casa quel liquore che fa cadere le donne ai tuoi piedi? Come privarsi di quel miracoloso deodorante capace di trasformare le ascelle in un parco primaverile tutto fiorito? Certo, qualcuno avrebbe potuto obiettare che i robot non hanno peli, non bevono, hanno l’orologio incorporato e non si stancano se vanno a piedi, ma Robocchio era completamente rapito di fronte ad una vita così diversa rispetto a quella programmata nei suoi circuiti.
Per le successive tre ore, non staccò gli occhi dal televisore, immagazzinando informazioni su informazioni, assistendo sempre più eccitato a quattro liposuzioni, tre mastoplastiche additive e una riduttiva, una laserterapia agli occhi e tre elettrodepilazioni.
“Bene, amici telespettatori” tuonò infine la voce del vecchio Naik (non era il suo vero nome ma, di fronte ad un’offerta indecente, il presentatore aveva infine acconsentito a farsi sponsorizzare anche quello) “siamo finalmente giunti al termine del tempo oggi concessoci. Vi aspetto per la prossima puntata ma, prima di congedarmi da voi, voglio ricordarvi il motto della nostra trasmissione: SCEGLI IL TUO ASPETTO, SCEGLI IL TUO FUTURO!”
Robocchio era turbato: aveva assistito a qualcosa di incredibile, che mai la sua mente schematica sarebbe riuscita ad immaginare. Dunque, gli uomini potevano cambiare aspetto a piacimento, scegliendo a chi somigliare (o a cosa, giacchè una delle partecipanti aveva deciso di prendere ad esempio una tigre e si era fatta limare i denti, allungare ed appuntire le dita, impiantare delle vibrisse sul labbro inferiore).
“Se è possibile arrivare a tanto” pensava l’automa “allora anche io potrei farmi trasformare in qualcosa di diverso… o in qualcuno”.
Preso da irrefrenabile agitazione, Robocchio cominciò a camminare in tondo intorno al tavolo del salotto, grattandosi freneticamente la testa ferrosa con la mano meccanica; quindi, all’improvviso, si fermò al centro della stanza, con i led oculari spiritati.
“DIVENTERO’ UN UOMO!!!” urlò, dando un gran pugno sul tavolo, che si ruppe nel mezzo “Diventerò un uomo, così anche io potrò guidare auto potenti, ubriacarmi, profumarmi. Diventerò un uomo, anche a costo di ingerire l’Infidus Captivus!”


Cap. 5: Cippetto torna a casa

Presa la decisione più importante della sua vita, Robocchio cominciò a sentirsi stanco: le gambe gli si muovevano lentamente, le mani non avevano più la forza sufficiente per stringere il telecomando, i led oculari lampeggiavano. “Devo assolutamente ricaricare la batteria” pensò, aggirandosi per la casa alla ricerca del cavo di connessione alla rete elettrica.
Dopo alcuni minuti di ricerca frenetica, riuscì finalmente a trovare, in un cassetto del comodino di Cippetto, il caricabatterie del cellulare del suo inventore. L’attacco era dello stesso tipo di quello realizzato al posto del suo ombelico così, senza pensarci due volte, se lo innestò addosso. Quindi, con un sospiro di sollievo, inserì la spina nella presa elettrica, e passò in modalità stand-by.
Nel frattempo, il povero Cippetto era in acque davvero cattive. Subito dopo l’arresto, era stato trasportato in Questura ed era accusato di tentata violenza sessuale. Si era così trovato in una squallida cella in compagnia di una pletora di personaggi inquietanti, tra i quali aveva scorto, fuori posto come può esserlo un pregiudicato in Parlamento, un signore distinto in giacca e cravatta.
Scavalcando il groviglio di bruni corpi sudati, gli si era avvicinato e aveva cercato conforto nella sua compagnia. “Buonasera” aveva esordito “permetta che mi presenti, sono il sig. Cippetto. E’ davvero terribile quello che ci è successo, vero?”
A queste parole, il signore distinto si era girato verso di lui e, porgendogli la mano ben curata e morbida, gli aveva risposto “Piacere, sono il commendator Sotterfugi, credo abbia sentito parlare di me: sono il consulente fiscale dei vip. Sono qui con l’accusa di evasione fiscale, e lei?
“Una cosa davvero assurda” fece Cippetto, scuotendo la testa “mi hanno accusato di aver tentato di violentare una vecchietta”.
“Eh, sono le migliori, così sdentate e deboli, indifese e fragili. Lei si che se ne intende. Comunque, la vedo scosso, ma non ne ha motivo. In Italia nessuno va in galera; le assicuro che domattina saremo entrambi fuori di qui. Lo sa, vero, che a partire da mezzanotte va in vigore l’indulto?”
“Vuole dire che domani saremo tutti fuori?”
“No, non mi fraintenda, io e lei saremo fuori. Gli altri sono tutti piccoli spacciatori, per di più extracomunitari, come le può passare per la mente l’idea di fare ritornare in giro delle persone così pericolose?”
Passarono le ore, la notte lasciò il posto all’alba, quindi al giorno. Erano ormai le 9 quando la porta della cella si aprì, ed un baffuto brigadiere fece cenno a Cippetto di seguirlo: l’indulto era entrato in vigore.
Sbrigate le formalità burocratiche, Cippetto uscì dalla Questura e si precipitò verso casa sua.
Giunto davanti alla soglia di casa, spaventato dalla prospettiva di dover riprendere le ricerche del suo figliolo artificiale, rimase sconcertato nel trovare la porta aperta. La varcò con circospezione e, alla vista di quanto aveva davanti agli occhi, un urlo strozzato gli uscì dalla gola: Robocchio era accasciato a terra, con i led oculari che lampeggiavano impazziti.
“Robocchio” urlò “che ti succede? Piccolo mio, ti prego, parla!” Gli si precipitò vicino e, in breve, scoprì cosa era successo: quel matto aveva tentato di ricaricarsi, ma aveva usato un caricabatteria con un voltaggio errato, che gli aveva totalmente scombussolato i circuiti logici; niente di grave, per fortuna.
Cippetto sollevò delicatamente il robot da terra e lo portò nel laboratorio. Le sue abili mani presero a muoversi velocemente sui circuiti e, nel giro di mezz’ora, riuscì a riportare Robocchio alla perfetta efficienza.
“Babbo, babbino, che mi è successo?” fece Robocchio.
“Niente, piccolo mio, niente. Hai fatto solo un’indigestione di corrente a 12 volts, ad alto contenuto di colesterolo elettrico. Adesso è tutto a posto, non ti devi preoccupare, penserò io a te, mio piccolo bambino”
“Hai detto bambino? Babbo, come fai a sapere che voglio diventare un uomo, un uomo vero, fatto di carne ed ossa? Chi te lo ha detto?”
A queste parole, Cippetto guardò l’automa, interdetto. Cosa era venuto in mente alla sua creatura? Chi gli aveva inculcato un’idea così bizzarra? Anche se, pensandoci bene, una trasformazione del genere avrebbe finalmente fatto risaltare tutta la sua bravura di informatico, restituendogli quell’orgoglio professionale per troppi anni frustrato e dimenticato. “Un robot umano” pensò “Perché no? Se c’è qualcuno in grado di farlo, quello sono io. Ebbene, se è ciò che vuole, lo accontenterò”.


Cap. 6: la trasformazione ha inizio.

Presa la decisione di accontentare il robot, Cippetto doveva ora mettersi al lavoro. Innanzitutto, doveva procurarsi dei vestiti da bambino e dare inizio alla sua educazione da essere umano. Certo, avrebbe potuto semplicemente collegarlo a Wikipedia, consentendogli di immagazzinare in un sol colpo tutte le nozioni di cui aveva bisogno, ma questo non avrebbe consentito al piccolo robot di sperimentare le prime difficoltà che tutti i bambini affrontano quando si accingono ad affrontare la scuola ed il crudele rapporto con i coetanei. Era dunque necessario procurarsi anche dei libri di testo, ma come? Le sue finanze languivano e, avendo fino ad allora lavorato solo come dipendente, Cippetto non aveva mai evaso il fisco. Per questa ragione, Cippetto risultava, nel suo quartiere affollato di liberi professionisti e commercianti, come uno dei più ricchi, e questo non gli avrebbe permesso di usufruire dei contributi per l’acquisto dei libri.
Come fare, dunque, per procurarsi il contante necessario? In casa, escluso quel poco materiale che aveva in laboratorio (peraltro di scarsa qualità), non aveva niente che avesse un certo valore. O forse… La collezione di Tex Willer! Quella si che valeva tanto! Già altre volte gli avevano proposto di venderla, a peso d’oro, ma lui aveva sempre rifiutato. Mai però aveva avuto un così nobile obiettivo da perseguire: se per raggiungerlo avrebbe dovuto privarsene, ebbene, l’avrebbe fatto.
Ciò deciso, Cippetto infilò in una scatola le copie del suo giornalino preferito, accarezzando per l’ultima volta le copertine che tanto amava, ed uscì, diretto al mercatino di Porta Scorsese dove, tra l’altro, contava di recuperare a metà prezzo dei vestiti e dei libri usati per la scuola.
Come si aspettava, la vendita non fu un problema, ed in men che non si dica Cippetto riuscì a raggranellare una bella sommetta, impegnandone subito una parte per l’acquisto di un paio di pantaloni blu, una camicia bianca e delle scarpine della misura giusta per il suo Robocchio.
Purtroppo, però, i libri di testo andavano comprati nuovi: rispetto all’anno precedente era uscita (come d’altra parte ogni anno) una nuova edizione riveduta e corretta, e non era possibile mandare a scuola un bambino con i libri dell’anno prima.
Sulla strada del ritorno, Cippetto si fermò in libreria per l’acquisto dei benedetti libri e di tutto il materiale necessario: uno zaino dell’Infecta, il diario dei Porkemon, l’astuccio dell’Uomo Uranio, penne, matite, gomme e quaderni.
Ora non restava altro da fare se non iscrivere il “bambino” alla scuola di quartiere. Si recò dunque alla segreteria e, dopo un po’ di fila, si trovò faccia a faccia con la segretaria.
“Buongiorno, mi dica” fece la donna, scrutandolo da dietro un paio di occhiali di tartaruga.
“Ehm, salve… Dovrei iscrivere mio figlio alla prima elementare”.
“Bene, lei è per caso l’avvocato Borsellini? Sa, ha telefonato l’assessore, e abbiamo pensato di inserire suo figlio nella sezione A: sarà compagno di classe del figlio del sindaco, e di tanti altri bambini figli di professionisti”.
“No, veramente non sono Borsellini.”
“Ah, mi scusi, allora lei è il rag. Conti, l’amico del Preside! Non si preoccupi, suo figlio è stato inserito nella sezione B: i migliori insegnanti, un programma all’avanguardia, una classe di bambini tranquilli, ed un occhio di riguardo da parte delle maestre nei confronti del suo figliolo…”
“No, veramente non sono Conti. Il mio nome è Cippetto, dovrei iscrivere mio figlio. Una qualsiasi delle due sezioni che ha citato mi va benissimo, anzi…”
“Mi dispiace” lo interruppe la donna, guardandolo duramente negli occhi “le due sezioni sono al completo. Anche la C, la D, la E, la F e la G sono piene. Se vuole, possiamo inserire suo figlio nella sezione H. E’ una sezione di respiro internazionale, con un programma mirato a favorire la crescita di una maggiore consapevolezza dei valori della solidarietà sociale.”
“Mmmm, mi piace, lo iscriva nella sezione H” fece Cippetto soddisfatto, firmando con convinzione i moduli che la segretaria gli presentava.
Prima di andar via, Cippetto rivolse un’ultima domanda alla segretaria: “Scusi se mi permetto, ma può darmi qualche ulteriore dettaglio su cosa intende per “respiro internazionale”?”
“Suo figlio sarà l’unico bambino di genitori italiani di tutta la sezione H. Studierà con 5 Filippini, 8 ROM, 3 Marocchini e 4 Bielorussi. E, prima che me lo chieda, per solidarietà sociale intendevo la possibilità di frequentare ben 6 bambini caratteriali. Contento?”
Nonostante tutto, una felicità indescrivibile si fece largo nel cuore di Cippetto, una gioia tale da non fargli quasi neanche sentire il peso dei 38 kg. di libri che stava trasportando. Suo figlio avrebbe studiato e, forse, un giorno sarebbe arrivato a laurearsi, magari in medicina o in giurisprudenza. Sarebbe diventato un dentista, oppure un notaio…
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