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 Gente di Fiumarella.

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Kabir Lopez
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Kabir Lopez

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MessaggioTitolo: Gente di Fiumarella.   Gente di Fiumarella. Icon_minitime5/3/2011, 19:11

Più che terminare sulla spiaggia, il viottolo sterrato sfumava in quella distesa di ciottoli e sabbia tipica delle spiagge ioniche della Calabria. Nei suoi ultimi metri costeggiava un fiumiciattolo, spesso arido per la maggior parte dell’inverno, che gli abitanti del luogo avevano sempre chiamato , con un volo ardito della fantasia, Fiumarella.

Era, questo, uno dei luoghi sacri della fanciullezza mia e di mio fratello, sebbene fosse lontano più di un chilometro dalla casetta di villeggiatura della mia famiglia. Quei mille metri, così corti percorsi ora con la consapevolezza della maturità e la comodità dell’auto e della strada asfaltata, rappresentavano per me una sfida impegnativa. Li percorrevo sulla bici verde e gialla di cui andavo fierissimo, una delle prime modello “cross” che aveva sostituito la vecchia Graziella con le rotelle, dividendo il lungo sellino con Roberto, ancora piccolo per saper pedalare da solo. Le irregolarità del terreno , segnato dalle ruote dei trattori e dei camion che lo percorrevano quotidianamente in quel periodo di urbanizzazione selvaggia, il peso aggiunto di mio fratello e, in generale, la mia acerba perizia alla guida, facevano sì che il rischio di cadere fosse sempre presente. A volte si realizzava, lasciandomi come regalo delle vistose ferite sulle braccia e sulle ginocchia: erano le medaglie della mia fanciullezza, e il poter ostentare quelle orribili croste sulle ferite in via di rimarginazione mi faceva sentire un vero eroe spartano.

Quando Roberto era con me, però, prestavo la massima attenzione.

Quel giorno avevo deciso di portarlo con me per due ragioni: la prima legata al mio ruolo di fratello maggiore cresciuto a film di cowboys ed indiani che, seguendo i sacri dettami delle storie sullo schermo, aveva il compito di forgiare il piccolo di famiglia facendogli scoprire cose nuove, la seconda molto più prosaica, in quanto per ciò che intendevo fare avevo bisogno di manodopera entusiasta.

L’idea mi era venuta il giorno prima, quando avevo esplorato Fiumarella da solo. In mezzo ad ampie estensioni di terreno argilloso e inzuppato d’acqua, avevo scoperto alcune pozze poco profonde nelle quali nuotavano (oh, che meraviglia!), delle ranocchiette grandi al massimo un paio di centimetri.

L’obiettivo, dunque, era quello di catturarne alcune da allevare nella piccola cisterna di cemento che avevamo nel giardino dietro casa.

Il viaggio di andata si era svolto senza problemi: avevo guidato pian piano, prendendo le buche nel modo giusto per evitare scossoni al mio piccolo passeggero, evitando le trappole di sassolini disseminate sul viottolo.

Giunti alla Fiumarella, avevo poggiato la bici ad un masso bloccandola in piedi con il sapiente utilizzo del pedale arretrato (una manovra che mi aveva insegnato mio padre di cui andavo particolarmente fiero, giacchè nessuna bici da cross realmente vissuta poteva avere in dotazione un accessorio così superfluo come un cavalletto). Poi, ci eravamo inoltrati con estrema attenzione tra il canneto e le zone argillose, evitando di sprofondare per non dover sentire, al ritorno, i rimbrotti di nostra madre.

La pesca, tuttavia, si era rivelata molto più difficile di quanto immaginassimo: quelle maledette ranocchie, così carine ed apparentemente inermi , sgusciavano da tutte le parti, molto più veloci dei nostri riflessi da bambini. Dopo circa una mezz’ora di tentativi inutili, oramai sfiduciati, avevamo deciso di procedere con il piano B: rinunciare alle ranocchie per dedicarci ai girini, molto più lenti e prevedibili nei movimenti. Se, però, le ranocchie abbondavano, non altrettanto facevano i girini; forse eravamo arrivati troppo tardi e lo stadio di sviluppo era già molto avanti. Alcuni, tuttavia, c’erano e, per trovarne tanti, ci eravamo divisi nell’esplorazione.

Fu Roberto a fare la grande scoperta: durante la ricerca, si era spinto fino ad un gruppo di canne che, da lontano, sembrava impenetrabile. Avvicinandovisi, si era accorto che il loro fronte non era poi così compatto e, quasi al centro, passava uno stretto sentiero che, sulla base delle conoscenze derivanti da anni e anni di film western, avevamo capito subito essere spesso frequentato.

Come resistere al richiamo di un’avventura così grande? Non avemmo neanche bisogno di discutere sul da farsi: dovevamo esplorare. Facendo valere il grado di fratello maggiore, mi ero messo alla testa della spedizione, usando un pezzo di legno a mo’ di machete per fare strada (sebbene non ce ne fosse bisogno, se non per mettere in pratica uno degli insegnamenti di nostro padre: fare rumore per far scappare i serpenti). Così, novelli tigrotti di Mompracem, ci eravamo inoltrati nella terribile giungla mediterranea.

Fortunatamente, quell’impenetrabile muraglia di vegetazione aveva in realtà un’estensione piuttosto limitata. Una ventina di passi, e il canneto terminava così bruscamente com’era iniziato, lasciando il posto ad un campo disseminato di ciottoli bianchi ricoperti da un muco verdognolo, al centro del quale troneggiava la pozza più enorme che avessimo mai visto sulla Fiumarella!

Quello che ci colpì, però, non fu quel laghetto foriero di una abbondante pesca di girini: il meglio si trovava ad oltre dieci metri sull’altezza delle nostre teste. Un ponte di ferro! Il ponte della ferrovia, e noi ci trovavamo sotto di lui!

Cominciammo subito a studiarlo con attenzione, stupiti dalla larghezza delle travi che lo sostenevano, ammirati dalla grandezza dei bulloni utilizzati per fissarle le une con le altre. Nelle nostre fervide menti, immaginavamo uomini enormi dotati di mani fortissime che reggevano tenaglie e chiavi inglesi pesanti quanto un’automobile.

Mentre eravamo persi nelle nostre scoperte, tra lo stormire quieto delle canne cominciò a farsi strada uno strano ronzio, che via via acquistava maggiore potenza. Anche stavolta, beati film western, sapevamo cosa fare: poggiammo subito l’orecchio su una delle travi, cercando di indovinare la direzione da cui sarebbe arrivato il treno.

L’idea di allontanarci dal ponte non ci sfiorò neanche per un momento, anzi… ci piazzammo proprio al centro del ponte, desiderosi di spiare da sotto come funzionavano le ruote, i freni, i binari.

Intanto, il ronzio era aumentato, trasformandosi in una sorta di vibrazione profonda che, oltre al rumore, si palesava con un leggero movimento della struttura sopra di noi. Il che, a dire il vero, era alquanto inquietante. Entrambi aspettavamo che l’altro mostrasse un minimo di paura, per aver la scusa di allontanarci. Entrambi, tuttavia, non avevamo l’intenzione di cedere. Il fratello maggiore non può mostrare paura e il fratello minore non deve assolutamente dare il fianco ad ulteriori motivi di dileggio da parte del più grande.

Così, sempre più impauriti, resistevamo all’impulso di metterci in salvo.

La vibrazione si era intanto trasformata in un rumore sferragliante, sempre più forte, sempre più avvolgente. Poi, all’improvviso, venimmo travolti da un forte vento che ci spingeva verso il basso; il rumore si trasformò immediatamente in un tremendo urlo intermittente, che si faceva strada fino allo stomaco. WUOSHHH… WUOSHHH… WUOSHHH…

Ad ogni Wuosh, io e Roberto ci accucciavamo un po’ di più, schiacciati dalla potenza di quel mostro di ferro ed energia che ci sovrastava… I nostri sensi erano sovraccarichi di sensazioni, l’adrenalina pompava al massimo, spogliandoci di quel poco di senziente che avevamo in quanto cuccioli di uomo e precipitandoci in quanto di più animale esisteva nei nostri cervelli. Eravamo mammiferi spaventati, in cerca di rifugio.

Poi, il wuosh ridiventò rumore, quindi vibrazione, per poi stemperarsi in un ronzio sempre più debole: eravamo sopravvissuti!

Ci ritrovammo stretti l’uno all’altro, eccitati per l’esperienza provata.

“Anto’”, fece mio fratello.

“Che c’è?”, risposi con voce malferma.

“Meno male che nessuno ha fatto la pipì mentre passava qua sopra”.

Lo guardai, mi guardò, poi scoppiammo in un riso isterico e liberatorio. Le risa lasciarono il posto agli urli di gioia, poi ad un balletto indiano sfrenato.

Fu questo il nostro errore, che ci precipitò in una delle situazioni più pericolose della nostra gioventu’. Le nostre risa, i nostri urli, arrivarono alle orecchie del terrore di tutti i bambini della zona: lo Sciubbo!

Questo biondo selvaggio mio coetaneo, infatti, proprio lì vicino accompagnava al pascolo le bestie di famiglia: il nostro arrivo dovette sembrargli una sorta di sfida al potere del terrore che utilizzava per spadroneggiare al tavolo del biliardo o per saltare la fila per comprare il ghiacciolo.

Cominciò ad urlare parolacce irripetibili per noi ragazzi, poi cominciarono a volare le prime pietre. E’ vero, noi eravamo in due ma lui si trovava in posizione più elevata, nonché probabilmente molto più avvezzo di noi a questo genere di battaglie. Cercammo di resistere eroicamente per alcuni minuti poi, ahinoi, dovemmo arrenderci e continuammo a rinculare, prima pian piano continuando a rispondere alla sassaiola, poi cedendo improvvisamente ad una corsa selvaggia.

Inforcammo al volo la bicicletta, e le mie gambe presero subito a pompare furiosamente sui pedali per allontanarci col massimo della velocità. In breve, ci ponemmo in salvo.

Rallentai la pedalata, per tornare ad un’andatura più sicura quando, da dietro, mi giunse la voce di Roberto: “Anto’, vai… spingi, vola! E’ troppo forte, è uno sballo!”

Non me lo feci ripetere due volte, in fondo anch’io mi ero divertito a mettere alla prova la mia abilità ciclistiche a velocità folle. La bici prese subito velocità, anche perché in verità mio fratello non è che pesasse così tanto: a casa lo chiamavamo “Biafrino”, per quanto era magro!

All’improvviso, un dosso: la ruota anteriore perse aderenza col terreno, seguita dalla posteriore. Toccammo terra un paio di metri più avanti, proprio al centro di un ammasso di sassolini. In un attimo, quella pallottola di ferro verde e gialla diventò un ammasso rotolante informe di bimbi, ruote, manubrio e raggi.

Ancora stordito dalla botta, mi rialzai per accertarmi sulle condizioni di Roberto. Tragiche! Pantaloni strappati, gomiti sanguinanti e gambe graffiate. Nonostante tutto non piangeva, anzi, guardandomi negli occhi, pronunciò una sola parola: “Wow!”

La sua prima caduta in bici, procurata da me… probabilmente adesso, così ferito, si sentiva finalmente grande.

L’accoglienza dei miei genitori non fu così eroica come la fine della storia meriterebbe: le urla di mio padre, il solito lancio della ciabatta da parte di mia madre subito seguita dalle cure più amorevoli che mai come in quel caso parvero fastidiose a tutti e due, che dopo tutte le avventure passate ambivamo ad un trattamento più adatto alla nostra condizione di ragazzi grandi.

Per chi se lo chiedesse, la bici da cross sopravvisse al volo e continuò gloriosamente a svolgere il suo compito per tanti anni a venire. Poi, anche lei è andata perduta assieme alla strada sterrata, al canneto e alla nostra infanzia.

Ancora oggi, però, quando vedo un treno essa ritorna sotto forma di un ricordo struggente di avventure passate.
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Kabir Lopez
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MessaggioTitolo: Re: Gente di Fiumarella.   Gente di Fiumarella. Icon_minitime5/3/2011, 19:16

Alcune considerazioni a margine:
1. Si, sono consapevole del fatto che Mino Reitano ha scritto una canzone dal titolo "Gente di Fiumara".
2. Forse il treno non è al centro del racconto, che è incentrato più sul "ricordo" che su altro... però la storia è reale e, ancora oggi, con mio figlio facciamo le corse da casa fino al passaggio a livello per sentire nella pancia la potenza del treno che sfreccia a pochi metri da noi. Oddio, fino all'anno scorso lui ha continuato a seguirmi, non so se per vero interesse o semplicemente per accontentare il suo papà: va per i 14 anni e tra un po' sarà interessato ad altro.
3. Non ho la pazienza per rileggere, limare, correggere, riscrivere. Ci saranno errori, ripetizioni, frasi troppo lunghe, punteggiatura sbagliata, e chi più ne ha più ne metta. Chiedo venia.
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Emma Bricola
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MessaggioTitolo: Re: Gente di Fiumarella.   Gente di Fiumarella. Icon_minitime6/3/2011, 08:33

Bel racconto, coinvolgente. Ho sentito l'aria mossa dal treno e l'odore delle traversine. Bravo!
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Kabir Lopez
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MessaggioTitolo: Re: Gente di Fiumarella.   Gente di Fiumarella. Icon_minitime6/3/2011, 13:22

Ma grazie! :-)
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MessaggioTitolo: Re: Gente di Fiumarella.   Gente di Fiumarella. Icon_minitime7/3/2011, 02:11

E' incredibile che ogni ricordo contenga gli occhi e gli sguardi del tempo in cui i ricordi vissero.
E quel ponte, quel rumore, quell'avventura sono vive per sempre, in quell'angolo di vita.
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Nuccio Pepe
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MessaggioTitolo: Re: Gente di Fiumarella.   Gente di Fiumarella. Icon_minitime8/3/2011, 08:01

Interessante.
Bella la visuale dei ragazzini. L'assimilare e ricordare "sensazioni" non è semplice e, purtroppo, credo che negli ultimi anni si vada perdendo questa sensibilità.

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Oroserio Sergio
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MessaggioTitolo: Re: Gente di Fiumarella.   Gente di Fiumarella. Icon_minitime10/3/2011, 15:53

C'è sempre in un angolo della nostra mente un frammento, una situazione che se stimolata, come aprendo un file amplia i ricordi, va rivivere "titanici" incontri con sbuffanti mostri, e sorridiamo delle nostre paure di allora.
Racconto che non esce dal tema, ma che suscita sensazioni.
Piaciuto. Ciao, Sergio
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dario guadagnini
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MessaggioTitolo: Re: Gente di Fiumarella.   Gente di Fiumarella. Icon_minitime10/4/2011, 22:58


Mi é piaciuto soprattutto per il susseguirsi di fraseggi emotivi che riemergono con decisione nel racconto, la forza evocativa é decisamente presente ed anche quelle descrittiva si difende.
Ciao ... con il piacere di fare la Tua conoscenza
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MessaggioTitolo: Re: Gente di Fiumarella.   Gente di Fiumarella. Icon_minitime

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