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 Solo Beatrice ha conosciuto davvero i suoi nonni

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Massimiliano Procellaria
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Massimiliano Procellaria

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MessaggioTitolo: Solo Beatrice ha conosciuto davvero i suoi nonni   Solo Beatrice ha conosciuto davvero i suoi nonni Icon_minitime25/4/2011, 12:49

Di per sé i paesini di montagna, piccoli, arroccati tra i sentieri che portano alle bocche dell’Etna, sono rivestiti di una spoglia malinconia, una patina severa ma limpida, che lascia trasparire ricordi di tempi ormai andati, di nenie siciliane cantate da nonne mai stanche, di emozioni e sentimenti vissuti senza rendersene conto, con l’intensità dell’adolescenza, tra feste di piazza e messe cantate la domenica mattina.
In ognuna di quelle case, nelle viuzze lastricate di basalto, a due passi dal corso principale, da ormai un decennio, non restano che porte di legno gonfiate dall’umido, pareti senza più intonaco che lasciano a nudo le ossature di pietra lavica, qualche divanetto, dei materassi rosicchiati dai topi, dei cassetti di credenze con qualche posata d’argento annerita, rovesciati sui pavimenti di ceramiche color amaranto; in qualcuna, anche i segni di bivacchi di straccioni, che per qualche notte vi hanno fatto la propria casa.
Erano mesi che a Beatrice, insistentemente tornavano alla mente i momenti vissuti nella casa della nonna, ma, come spaventata dall’idea di ripercorrere sua infanzia, oltre che da quella di trovarvi l’anima della vecchia signora (a trent’anni non era ancora riuscita a spogliarsi di tutte le storie che le raccontavano da bambina), non sapeva far di meglio che sostare con l’auto davanti la casa, fissando ininterrottamente il numero civico e le inferriate delle finestre.
Se fosse diventata quella ragazza che volevano diventasse sua madre e sua nonna, adesso, abiterebbe in quella casetta, ristrutturata, assieme a Maurizio, quel ragazzino che tutte le volte che andava a trovare la nonna, con un pretesto sempre diverso, riusciva ad attirare le simpatie delle due signore, pur di stare vicino a Beatrice, sperando per l’ennesima volta, di prendere tra le sue mani le guance paffute dell’allora ragazzetta, o addirittura poterla baciare.
Sarebbe dovuto toccare a lei infondere coraggio ad un bambino, al proprio bambino, per farlo entrare là dentro, piuttosto che stare a fantasticare di un principe azzurro che la guidasse con la sua mano ben curata, dentro quelle vecchie mura; ma, almeno fino a quel momento, Beatrice non voleva saperne di uomini e matrimoni, con grande pena della madre ed i parenti tutti.
“Prima o poi”, si diceva “dovrò pure prendere marito”; ma fino a quel momento, la sua vita era stata un susseguirsi di lavori: badante, dattilografa, cassiera e cantante in qualche festa di paese; di corteggiatori ne aveva avuti più di uno, per via dei suoi modi fini e mai invadenti, e delle espressioni da ragazzina responsabile e giudiziosa che le erano rimaste in volto.
Ne aveva conosciuti di uomini che le avessero dimostrato affetto, mai tuttavia, riusciva a provare quel sensazione di sicurezza e fiducia, che tutte le donne provano quando stanno accanto all’uomo della loro vita; Beatrice era così, scherzosa, sicura del fatto suo, ma diffidente, avrebbe diffidato pure del Padre Eterno se le si fosse avvicinato anche per prometterle il paradiso.
Tra tutti, le era rimasto più a cuore quel carabiniere con le spalle larghe, vestito in maniera sempre impeccabile e ricercata che, dopo aver chiesto la sua mano alla famiglia, se ne era andato via, perché diceva che quella Beatrice era troppo strana e neanche dopo la promessa di matrimonio, si decideva a dargli anche soltanto un innocente bacio sulle labbra.
La famiglia stessa, gli chiese scusa per il comportamento della figlia, dicendogli che non sapevano come spiegarsi quegli atteggiamenti da stupida verginella, invitandolo ad avere ancora un po’ di pazienza; ma il bel carabiniere, al quale certamente non mancavano le pretendenti figlie delle comari, non ne volle più sapere.
Le domeniche pomeriggio non aveva molto da fare; passata tutta la mattinata a dormire, dopo una notte a servire cocktail al banco dell’unico pub del paese, facendo finta di non sentire gli apprezzamenti provenienti dalle tavolate di maschi e le occhiate di quelli con donne al seguito, usciva a volte da sola, a volte con qualche amica, per il paese mezzo deserto.
Quella domenica pomeriggio però, non volle la compagnia di nessuno, girò più volte in auto attorno la casa della nonna, sempre più convinta che sarebbe stata la volta buona, che finalmente sarebbe riuscita ad entrarci, accantonando la paura dell’anima della nonna e di quella del nonno; s’era anche portata una torcia e messo le scarpe comode da ginnastica, qualora fosse stato necessario scappare via.
Tre, quattro violente pedate, e la porta di quella vecchia topaia si spalanca; finalmente Beatrice ha oltrepassato quell’uscio.
L’odore di chiuso e di umido è quasi rimasto immutato, anche quando c’erano i nonni, la casa era spesso tenuta chiusa e chiazzata di umido sui muri.
La poltrona dove sedeva il nonno, è l’unica cosa che ancora è rimasta allo stesso posto; qualche scricchiolio la spaventa; sarà forse l’anima di uno dei nonni venuta a cacciarla da lì?
È tentata di scappare, ma si trattiene, aspettava da tanto, troppo ormai, quel momento di coraggio e consapevolezza.
Per proseguire e rovistare tra le cianfrusaglie accende la torcia; il portacolori dove teneva i pastelli, è pieno di trucioli che sempre dimenticava di svuotare; il candelabro di ottone è ormai annerito con qualche mozzicone di candela sciolta, rimasto attaccato; ogni oggetto ha un ricordo incancellabile in lei, con delle eco d’odio e vergogna; le spazzole ed i fermagli che la nonna usava per legarle i capelli e farla più carina prima che andasse in chiesa la domenica… i capelli…che il nonno amava sempre accarezzarle, tutte le volte che la chiamava “bambina mia”.
Il capezzale nella stanza dei nonni dove era solita restare poggiata, è spaccato a metà, il nonno le diceva che quello era il mobile più bello della casa perché lo aveva costruito lui con le sue mani, mostrandole le mani prima che le accarezzassero i capelli.
Nella sala da pranzo rivede la nonna, curva, che sembra ancora essere lì guardinga e sospettosa, ad insegnarle come tenere alto il proprio onore e non sporcare la propria dignità da donna, come faceva invece quella ragazzina della quale Beatrice era così tanto amica; “ viri ca chissa è na gran buttana! Assumighia a sa matri, tu nun c’a caminari chiu, sinno diventi buttana macari tu”.
Ricordando queste parole, le vengono in mente le tante amicizie che ha allontanato, le festicciole a cui non partecipava, per paura di diventare puttana.
Assumendo un’espressione bonaria, ed un tono solenne le diceva: “tu si troppu bedda, e quannu si ranni i masculi ti venunu a ciccari sutta a casa, ma tu arrivari vergini o matrimoniu…sulu i buttani si cuccunu cu l’autri omini prima i spusarisi. Tu assiri na fimmina giudiziusa, appoi, dopu ca t’aspusi, ppò fari chiddu ca voi cu ta maritu”.
Certo per Beatrice non era stato facile trovare riscontro alle parole della nonna, né nei comportamenti delle amiche, né nella passione di quegli innamoramenti che platonicamente, aveva vissuto negli anni della adolescenza.
La voce e gli sguardi della nonna, sono sostituiti da quelli del nonno, appena le cadde l’occhio sull’orologio a pendolo, che stava dritto sulla credenza, ed ancora fermo alle due e quarantacinque del pomeriggio, l’ora in cui la nonna andava a riposare e lei restava sola con lui, persona a suo tempo stimata e considerata gran lavoratore, sempre vigile sulle esigenze della famiglia.
Di quei pomeriggi rimasta sola in casa col nonno, ha dei ricordi abbastanza chiari, indelebili, ripugnanti e che ancora le danno vergogna.
Ricorda quegli strani rigonfiamenti dei pantaloni , le carezze ossessionanti ed invadenti sotto le sue gonnelline che la nonna stessa le comprava, le tante volte in cui stava seduta sulle ginocchia scricchiolanti del nonno che continuava a ripeterle che anche lui era in fondo un bambino come lei, a cui piace giocare, ma che il gioco era bello se restava segreto, e lei non avrebbe mai dovuto parlarne con nessuno; ed in effetti Beatrice era stata di parola, se fino a trent’anni, non aveva ancora avuto il coraggio di confessarsi con anima viva, solo qualche confessione alla nonna, durante le visite al camposanto; quegli odori e sapori aspri che fino a sera le restavano addosso, confondendosi con quelli delle merende.
Sentivano la nanna russare, “senti come sta dormendo la nonna? Stiamo fermi qui, altrimenti si sveglia!”; appena si sveglia andiamo tutti e tre a casa della cuginetta, va bene? Cosi’ giochi un po’ con lei; va bene piccola mia”?
I pensieri di Beatrice, come se non fossero passati una ventina d’anni da quei giorni, sembrano a tratti ancora confusi; all’epoca non riusciva a spiegarsi perché la nonna le diceva che se un uomo avrebbe provato a toccarla doveva impedirglielo e farsi il segno della croce dicendo a Gesù che non l’avrebbe fatto succedere un’altra volta, e poi il nonno la toccava e le sistemava le mutandine in bagno: forse il nonno era tanto buono e faceva tutto per proteggerla dagli altri uomini…soltanto lui evidentemente aveva il diritto di abbracciarla e baciarla.
“Suddu nun resti vergini ppò matrimoniu, nut ti pigghia nuddu ppi mugghieri”; “vieni qua bambina mia, facciamo il nostro giochetto”; “a fimmina aviri piaciri sulu cun’omminu, sinno addiventa schifiata comu ‘n cani”; “piccola mia, vieni qua che ti faccio il bagno”; “nun ci fari capiri a genti ca ti piaci quaccunu peri peri”; “bambina mia, mentre giochiamo io ti dimostro tutto il mio bene; le si susseguono vorticosamente queste frasi appena arrivata nella sala da pranzo dove sedeva a metà tra i due vecchi; una le sorrideva, come a cercare la sua approvazione ai discorsi sulla dignità delle donne per bene, l’altro le sorrideva e lanciava occhiate bramose ed intimidatorie; la quotidianità delle spaghettate al dente, dei tagli di vitello appena comprati e della frutta succosa senza concimi, aveva un retrogusto di prepotenza, di inganno, di valori ammuffiti dal tempo.
Di quella stanza da pranzo non ci sono più neanche le sedie, solo qualche cuscino che le foderava.
Se poco prima aveva prestato la massima attenzione a non calpestare quel groviglio di ricordi e cianfrusaglie, incurante esce dalla casa; della polvere ed escrementi di cane le si sono attaccati sulle scarpe bianche.
A casa della madre, sul comò del salone, da più di dieci anni è tenuta con la massima cura, una cornice d’argento con la foto dei due vecchietti; guai soltanto a spostarla…sua madre diventava una iena se solo qualcuno osava guardarla per più di un minuto.
Nella foto il nonno ha il solito sorriso sdentato e bonario, le guance un po’ scavate, la nonna se ne sta a braccetto del marito coi capelli cotonati e gli orecchini di madreperla, pronta ad apostrofare ogni ragazzina di passaggio.
Beatrice è sola, scorge un momento la testa sul fondo del corridoio, sembra non esserci nessuno; sistema la cornice sul ciglio del mobile, poi facendo qualche passo indietro, muove verso essa, urtandola volutamente col gomito; il sottilissimo vetro si frantuma, la foto vola sotto i suoi piedi.
Si china, la osserva qualche istante attentamente, poi come fosse uno straccetto, la usa per pulirsi le scarpe.
Resta a chiedersi tanti “perché”, tutti quelli ai quali avrebbe voluto avere risposta da bambina; poi si suggerisce che per il bene dei due nonni, non aveva fatto altro che raccomandare la loro anima al Signore.




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