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 La vita inversa

Andare in basso 
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Sandra Sirianni
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MessaggioTitolo: La vita inversa   La vita inversa Icon_minitime25/4/2011, 19:32

Era stato tutto incredibilmente semplice, quasi si trattasse dell'epilogo naturale di una storia che, più che essere sua, l'aveva trascinata nel suo corso, servendosi di lei. Mentre scendeva le scale e imboccava il corridoio del terzo piano, cercava di pensare a cosa sarebbe successo dopo, ma non le riuscì di arrivare a nessuna conclusione. Aprì la porta del bagno con due dita e si lavò le mani accuratamente, insistendo con particolare attenzione sulle unghie fresche di manicure ( …e queste mani…..si capisce anche da lì il tuo atteggiamento).
Poi si lisciò la giacca del gessato cosparso di macchie ma perfettamente stirato (….un tailleurino….quando ti decidi a metterti un tailleurino…) e si studiò allo specchio, per qualche istante.
Quel grottesco paludamento la divertiva, se divertimento fosse stato un termine appropriato a quel momento. Soprattutto le scarpe, quelle ridicole, insensate scarpe dall'inutile punta lunghissima e dal tacco ricurvo e appuntito, acciambellato sotto la suola come un parente deforme intimidito, le suscitavano un'ilarità repressa davvero inadatta.
La concentrazione continuava a sfuggirle, non riusciva a prendere sul serio quello che era accaduto e divagava continuamente di fronte a particolari ridicoli.
Le scarpe, appunto.
La loro forma era contraria ad ogni legge della fisica, non erano evidentemente state disegnate per camminare ma per ticchettare rapide sulle piastrelle lucide dei corridoi, lanciando un doppio segnale a destinatari diversi: panico per chi doveva essere ammansito e tenuto sotto scacco, efficienza per chi doveva essere blandito.
Era singolare come la sua nuova immagine, sperimentata ormai da mesi, le risultasse ancora, ora che era in procinto di disfarsene, così ridicola.

Staccandosi a fatica dallo specchio, si girò e uscì dal bagno.
Ticchettò fino alla porta della sua stanza e sedette alla scrivania ingombra di carte, di fronte all'eterno doppiopetto grigio.
Era calma, adesso, di una calma inspiegabile che portava con sé pensieri totalmente avulsi dal contesto.
Guardò davanti a sé: a rigor di logica avrebbe dovuto esserci una persona dentro il doppiopetto, tuttavia chiamare persona Bellucci sarebbe stato uno sfoggio di benevolenza eccessivo (…sei troppo buona…e dallo ogni tanto un giudizio sulle persone!).
Cominciò a preparare le sue cose senza preoccuparsi di nascondere il sangue sul vestito: lui non la guardava e se l'avesse guardata non se ne sarebbe accorto.

Le immagini solite le apparivano quel giorno in una veste mutante, più dense di rivelazioni.
Il filo penzolante dall'orecchio di Bellucci, per esempio, le parve ne connotasse perfettamente la natura.
Non era, banalmente, un auricolare era, più precisamente, il contatto di un telecomando.
Non si sarebbe potuto spiegare altrimenti l'irrazionale insieme di movenze disarmoniche e frammentarie dell'uomo, il suo parlare secco e continuamente interrotto, sempre a volume altissimo, privo di un filo conduttore ma di intonazione stabilmente affermativa.
Quel vociare al vuoto circostante non era manicomiale come poteva apparire ma perfettamente consequenziale. Rispecchiava il rapido accavallarsi di istruzioni da eseguire in sequenze temporali impossibili e che venivano eseguite nell'unico modo realistico: per frammenti.
Non contava, il sistema non curava la sua coerenza interna, tanto non riteneva di poter pagare pegno (…vabbe' insomma basta…il problema è chiaro ma chissenefrega).
Per questo il potere non si proteggeva, si riteneva invincibile e non credeva di correre alcun rischio.

Così lei aveva lavorato lì dentro per anni, girando per i corridoi dei piani alti in jeans e anfibi, il dissenso perennemente in bocca ed era stata oggetto solo, inizialmente, di motti di spirito imbecilli e, dopo, di un 'mobbing' discreto e progressivo.
Nessuno l'aveva ritenuta pericolosa.
E inizialmente avevano avuto ragione perché il suo era davvero il solito dissenso da operetta italiano, tutto immagine, parole e compromessi.
Dopo tutto lavorava nella filiale di una delle più grosse compagnie petrolifere mondiali; poteva sbraitare indefinitamente contro il modo ottuso e verticistico con cui veniva organizzato il lavoro, ma questo non modificava l'unica realtà concreta del suo essere ancora lì a lavorare e a collaborare.
Però a un certo punto qualcosa era cambiato. E loro non avevano avuto l'intelligenza di intuirlo, come sempre convinti dell'immutabilità della loro realtà.
Avrebbero potuto capire ma non ci tenevano a capire. Non ci tenevano mai.

Era cominciato da quel viaggio, una vacanza come le altre, perfettamente rispettosa dei clichè che dominavano
la vita di un single progressista ai primi del 2000: agenzia di viaggi alternativa, viaggio cultural-archeologico in oriente, spostamenti con mezzi di fortuna e guide locali.
Una di quelle guide, mandata da una sgangherata agenzia del posto, era un uomo di nome Amed che aveva studiato in Italia e riusciva, per questo, a comunicare con i turisti molto meglio dei fantasiosi semi- anglofoni a cui si era abituata dall'inizio del viaggio.
Per tutto il giorno aveva scortato il gruppo a cui lei occasionalmente si era accodata, seducendoli con la carezza del suo italiano casualmente cadenzato e, continuamente in bilico tra serietà e ironia, li aveva strapazzati ad ogni minima occasione, ricordando loro il privilegio occidentale che avevano ereditato per censo e non per merito, mentre illustrava lo splendore artistico e lo squallore sociale della sua terra.
Amed aveva una carica di umanità folgorante.
Alla fine della giornata vecchietti brianzoli si attaccavano a improbabili calumet accompagnati dalla sua risata contagiosa e sbocciavano divertite trattative donne/cammelli in ogni angolo del suk.
Lei, però, si sentiva segnata, strana.
Era rimasta con lui, fino a che l'ultimo turista era svanito all'orizzonte e l'aveva accompagnato nel quartiere dove abitava, fitto di case minuscole e fatiscenti , davanti ai cui ingressi stazionavano donne velate e bambini emaciati e cenciosi, gli stessi che li seguivano nei loro giri a caccia di qualche dollaro.
Lui aveva continuato a parlare pacatamente, senza rabbia, di tutto quello che non c'era: diritti negati, risorse
scippate, quotidiana difficoltà a reperire il necessario per la sopravvivenza, compresa l'acqua da bere.
Dopo ave parlato per ore finirono a letto, anche se non c'entrava molto.
Così aveva interrotto il suo giro e si era fermata a casa sua altre tre settimane, durante le quali la passione si era mischiata ad una consapevolezza sempre più profonda e dolente.

Fece sparire tutte le carte nell'armadio, fece un cenno di saluto a Bellucci che non se ne accorse, ancora impegnato nella sua conversazione con gli acari del calorifero e si alzò lentamente dalla sedia, sapendo che sarebbe stata l'ultima volta. Indossò il cappotto di cachemire e la tracolla e uscì senza voltarsi.

Salutato Amed, era tornata alla sua vita.
Aveva ricominciato a lavorare e i burattini erano sempre burattini, ma diventavano ai suoi occhi, ogni giorno più inquietanti e provvisti di grotteschi sberleffi. Per reciproco accordo si era allontanata ulteriormente dalle stanze dei bottoni, ma quel tentativo di ricostruirsi una verginità a basso prezzo non le sembrava più adeguato alla situazione.
Le parole erano ancora quelle, vuote come sempre, ma lei ora sapeva per davvero, e non attraverso lo sterilizzatore mediatico, a che progetto economico stava lavorando e chi erano le vittime.
E lui, l'ingegnere, veniva ogni giorno nella sua stanza a fare le sue battute da pamphlet aziendale, sottile ed
elegante, abbronzato dai lettini UVA e tonificato dai massaggi, il sigaro d'ordinanza appeso al labbro e
l'arroganza compressa tra la doppia chiostra dei denti, innaturalmente bianchi.
- '…e dai rinnovati un po'! …sei vecchia, superata, la giustizia sociale non permette le autoreggenti?',
- piantala con le stronzate
- '..mai voi di sinistra siete sempre così tristi?'
- 'non riesco a pensare a niente di più triste di te, vecchio bastardo ricostruito in laboratorio.
E rideva l'idiota, la trovava di sicuro 'eccentrica' e innocua.
Non lavoravano più insieme da anni: mentre lei affondava volontariamente all'indietro lui era diventato un dirigente di primo piano. Uno stratega. Uno dei principali responsabili.
Non riusciva a spiegarsi il motivo per cui continuava a cercarla ogni giorno, nonostante appartenessero ormai a due galassie differenti
-' ..e vieni a mangiare con noi per una volta, o te lo impedisce la tua religione?'.
La mano sulla maniglia della porta, l'espressione ingorda e le labbra socchiuse e tirate sui denti scoperti: all'improvviso le fu chiaro che voleva scoparla, ecco il motivo.
Il fatto le parve 'utile', ma non se ne spiegava la ragione. Era come se nella sua testa cominciassero ad avvenire piccoli smottamenti, granelli sparsi di ragionamenti che non riusciva a controllare.
Ci andò a pranzo, senza capire perché lo faceva e cercando di contenere il disgusto che le suscitava
guardarlo piluccare i costosissimi piatti di prosciutto magro, salmone e rucola previsti dall'ortodossia dietetica manageriale.
Mentre lo guardava pensava alle ultime lettere di Amed che descrivevano una situazione ormai fuori controllo, la rivolta affogata nel sangue dell' occupazione militare, i venti di guerra su tutti i giornali.
Sangue e salmone, fucili e rucola: un altro piccolo smottamento.
- ' …sopra a gente così ci passiamo col carro armato, wrrruuummmm, niente rotture di coglioni!'
Sobbalzò col cuore in gola, prima di rendersi conto che stava parlando dei soliti contrasti tra le divisioni della compagnia, dovuti alla smania di potere di questo o quel dirigente.
Fino a quel momento le erano sempre parsi specie di giochi di soldatini, continuamente messi in atto per soddisfare la deteriore componente ludica di quella gente ma ora, nella sua testa, i soldatini si ingigantivano e imbracciavano fucili veri…proviene da qui…tutto proviene da qui.

Scese le scale lentamente, per qualche ragione non riusciva ad accelerare i gesti come se questa transizione verso la prossima vita richiedesse un momento rituale, da far dispiegare tranquillamente, a dispetto del rischio che correva. Aveva vissuto fino a quel momento all'insegna della tranquillità e della noia, ora tutto questo era finito per sempre: l'adrenalina che le dava scosse elettriche in tutto il corpo non sarebbe durata a lungo, dopo c'era una vita inversa fatta di tinte forti, che poteva anche non essere in grado di affrontare.


Da quel giorno andò a pranzo sempre più spesso con l'ingegnere , riuscendo anche a recuperare quel modo amichevole di insolentirsi che avevano avuto anni prima, quando lei aveva appena cominciato a lavorare e lui era un collega d'esperienza al quale spesso si rivolgeva per farsi spiegare ciò che non capiva. Cambiò gradualmente anche il suo abbigliamento cominciando ad arrampicarsi su tacchi improbabili e comprando tailleur sagomati che le davano quell'aria da femmina efficiente segretamente zoccola che faceva impazzire i tipi come lui.

La guerra era scoppiata e di Amed non aveva più notizie, con la sua ultima lettera le diceva di non scrivergli più perché avrebbe cambiato domicilio. Si sarebbe fatto sentire lui quando possibile, diceva.
Più gli eventi precipitavano, più intensificava i rapporti con l'ingegnere, si comprò pure le autoreggenti.
Non riuscendo a non essere prevedibile, fu quando le indossò che lui ci provò per la prima volta.
Essendo un tipo elegante non le infilò direttamente una mano nella mutande ma ce l'appoggiò sopra, strofinando sul pizzo le dita voraci.
Era seduto a tavola accanto a lei e la guardava ansimando leggermente con un filetto di prosciutto infilato tra gli incisivi, mentre continuava a discutere con un suo sottoposto della messa a punto di un contratto
per una nuova concessione di pozzi.Resistendo all'impulso di piazzargli un calcio tra le gambe, gli spostò la mano delicatamente e gli scoccò un'occhiata complice, mentre i granelli rotolavano scomposti tra gli emisferi del suo cervello.
- perché mi trovo a questo punto con questo lurido porco
- serve, vedrai che serve… ti stai preparando, adesso bisognerà agire.
Sentiva addirittura le voci, adesso.
Quella sera non riuscì a dormire, immagini sconnesse galleggiavano sulla piatta superficie del dormiveglia, il viso di Amed la tormentava e quello dell'ingegnere era come una malattia latente, acquattata nelle retrovie del suo corpo.

La mattina indossò il gessato grigio, il pezzo migliore della sua collezione, e si truccò a lungo, per nascondere i segni dell'insonnia.
Uscì da casa a fatica e si mischiò al brulicare anonimo della metropolitana.
Davanti all'ufficio deviò come sempre verso l'edicola e scambiò con la giornalaia due parole di commento sulle improponibili copertine dei rotocalchi: un deputato della destra di governo diceva di voler rifondare il partito fascista perché glielo aveva consigliato in sogno padre Pio, per offrire al suo bambino di pochi mesi un futuro migliore.
Infilò il quotidiano nella borsa e salì le scale dell'ufficio.
Nella sua stanza faceva freddo, tenne addosso il cappotto e andò a prendersi un cappuccino alle
macchinette automatiche prima di sedersi alla scrivania e aprire il giornale.
Vide per prima cosa la foto. Tra la devastazione e dietro le transenne il viso insanguinato in bianco e nero, sfocato dalla grana grossa del giornale.
La sua testa esplose in frammenti, come era esploso Amed davanti all'autobus.
Amed, con la sua gentilezza d'animo, con la sua garbata ironia.
Si era fatto saltare ammazzando dieci persone.
Amed: non c'era logica, nemmeno nel suo cervello. Non un pensiero riconoscibile, non un percorso razionale. Si mosse meccanicamente, senza controllare i suoi gesti.

Infilò in tasca la chiave dell'archivio, salì il piano di scale che la separava della stanza dell'ingegnere e aprì la porta con un mezzo sorriso. Lui la guardò, zitto per una volta, forse percepiva qualcosa.
Chiuse la porta e gli sedette sulle ginocchia, iniziando coprirgli la bocca di baci duri e profondi e strofinandoglisi addosso con forza. La sua espressione di compiaciuta soddisfazione, da uomo di successo abituato a raggiungere i suoi obiettivi, le suscitava un'ilarità feroce che fu costretta a reprimere. Per fortuna lui rimase zitto mentre lei si alzava e gli indicava l'archivio, attraverso lo spiraglio della porta socchiusa. 'Tra dieci minuti' bisbigliò 'controlla che non ci sia nessuno in corridoio'.
Venne, naturalmente. Doveva essere abituato a ritagliarsi il tempo per affari come quelli tra una riunione a l'altra.
Lei lo aspettava con una posa da film americano così artificiale che lo avrebbe senz'altro entusiasmato: i
penosi rubinetti delle sue cosiddette 'emozioni' le erano diventati consueti.
La strinse senza una parola, intenzionato a non perdere troppo tempo, e raggiunse l'eccitazione in un attimo.
Calargli con forza sulla testa la pesante taglierina delle fotocopie mentre si girava per slacciarsi i pantaloni, in un momento di ridicolo pudore, fu tutto sommato semplice.
Naturale, appunto, in quel corso inarrestabile e incontrollato che avevano preso i suoi gesti e che la condusse ad accostare piano la porta dell'archivio, girare la chiave nella toppa stando attenta a non sporcare e avviarsi per il corridoio deserto.
Lui era rimasto lì riverso, i pantaloni alle caviglie, con quell'espressione da satiro pietrificata in viso e la copia del contratto che si era portato dietro per darsi un tono spaginata a fianco.
Lo immaginò dietro la porta e si sentì più leggera, come se avesse riequilibrato il peso che le opprimeva lo sterno.

L'aria fredda e spessa di smog della strada le percosse le narici, svegliandola. Camminò velocemente finché, svoltato l'angolo dell'isolato, si tolse le scarpe, nonostante il freddo, e le buttò in un cassonetto insieme al cappotto di cachemire.
Poi si guardò il sangue addosso e rivide il giornale con le sue ombre d'inchiostro e le parole fitte, parole sanguinanti stampate sulla faccia stolida dell' ingegnere. Si mise a urlare dapprima piano e poi sempre più forte, mentre correva con le calze di seta che si strappavano sull'asfalto e, in lontananza, cominciava a sentirsi l' ululato delle sirene.
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MessaggioTitolo: Re: La vita inversa   La vita inversa Icon_minitime1/5/2011, 09:22

ohibò, un pezzo pieno di atmosfere plausibilissime, quando il troppo diventa troppo e i conti non tornano, solo per un terribile "sistema" ormai senza freni. Brava, questo pezzo merita attenzione, purtroppo i lettori sono diventati distratti. Speriamo che non stiano vivendo le emozioni della ragazza, perchè anche da noi le motivazioni per deflagrare psicologicamente, non mancano.
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Sandra Sirianni
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MessaggioTitolo: Re: La vita inversa   La vita inversa Icon_minitime2/5/2011, 15:52


Grazie Rita. E' un racconto vecchio, ma visto che sprofondiamo lentamente da anni nella stessa palude, a rileggerlo potrebbe esser stato scritto ieri. Anzi, di più, la realtà continua a giocare con la fiction questa partita fatta di arretramenti e improvvisi superamenti: mi era venuta voglia di pubblicarlo dopo la morte di Vittorio Arrigoni - era quello per me il nesso mentale - ma un paio di giorni dopo c'è stato l'attentato in Marocco e purtroppo in nessi si sono moltiplicati.
Per quello che vale, lo dedico a Vittorio, uno che ha respinto con orgoglio il compromesso che la maggior parte di noi accetta, integrandosi al sistema e condivdendone inevitabilmente le responsabilità, pur fornendosi l'inevitabile alibi della necessità della propria sussistenza.
Una contraddizione che vivo ogni giorno mentre lavoro e mentre consumo e che aumenta in me la stima per quei pochi coraggiosi che hanno fatto della loro vita e della loro morte, una testimonianza di come questa contraddizione possa essere risolta.
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MessaggioTitolo: Re: La vita inversa   La vita inversa Icon_minitime2/5/2011, 16:05

Già Sandra, viviamo secondo scelte che ci sono mpassate sopra la testa e fatte molti anni fa, noi ne stiamo solo vivendo i risultati. Vittorio è stata una scoperta, in questo senso la sua morte ha un valore, abbiamo scoperto che non tutti sono addormentati. Il suo detto "Rimaniamo Umani" diventerà una bandiera per il domani.
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MessaggioTitolo: Re: La vita inversa   La vita inversa Icon_minitime

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