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Alfredo Canovi
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Alfredo Canovi

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MessaggioTitolo: imperativo categorico   imperativo categorico Icon_minitime21/6/2011, 15:06

Eccola, finalmente la vedo!
E’ piccola, ancora lontana ma brilla nel cosmo come uno zaffiro.
Abbiamo appena oltrepassato Marte, il pianeta rosso e Lei è li ad attenderci, come il più prezioso dei traguardi, la sua piccola amica ancora si nasconde ai miei occhi, ma presto potrò salutare anche la Luna.
Sono passati dieci dei nostri anni da quando abbiamo intrapreso la nostra missione, sulla Terra non conosciamo ancora quanti ne siano effettivamente trascorsi, ma sono certo che presto lo scopriremo.
Chiudo lo schermo …..nello stesso momento in cui Jane entra in sala comando:
“Allora Dean, ci siamo” mi dice con una punta di amarezza celata nel suo normale e amichevole tono di voce.
“Tra poco saremo finalmente a casa”
Quel “finalmente” stride con il suo sguardo triste.
Riesco però a capirla, quando la missione è cominciata due lustri orsono era poco più che una ragazzina, orfana con gli occhiali spessi e il viso cosparso di acne giovanile, il corpo ancora acerbo e l’apparecchio ai denti.
Tuttavia nel suo campo era un vero genio, a sedici anni si era già laureata al M.i.t. in ingegneria spaziale.
Adesso è una splendida ragazza di ventisei anni, ha plasmato il suo corpo nella palestra della sezione 2, ha anche condiviso con me un intenso amore sbocciato nelle profondità del cosmo e coronato da lunghe notti di caldi amplessi con proxima centauri a fare da testimone.
Oltre a noi hanno preso parte alla missione altri quattro ragazzi, Hans, il botanico, Caroline addetta alle trasmissioni, Maria astrofisica e il factotum Mitch, meccanico aggiusta tutto.
Fu abbastanza logico che tra noi sei in quegli anni si creassero delle coppie, tutte affiatate e molto innamorate, mai un diverbio o un litigio per eventuali relazioni pericolose, nulla.
Mi siedo alla mia postazione di comando e con un leggero pugno ben calibrato schiaccio il pulsante rosso posto nel bracciolo destro, un cicalino conferma l’apertura del diario di bordo.
“Astronave Ausonia, 8 settembre 1961, mancano poche ora al rientro, tra pochi istanti ci porremo in orbita intorno alla Terra e attenderemo ulteriori istruzioni dalla base .”
Chiudo il circuito dati del registro mentre guardo Jane gironzolare per la sala schiacciando bottoni che accendono lucine rosse e gialle e premendone altri ancora che spengono lucine verdi e blu

Adesso mi trovo assorto nei miei pensieri, perduto nell'universo più intimo dei miei ricordi, torno cosi al giorno della partenza della missione "Ausonia",e mi rivedo nella sala briefing della base sperduta nel deserto del Nevada, -la famosa "Area 51" - per gli ultimi dettagli e per la prima volta incontro quelli che sarebbero poi divenuti i miei compagni di viaggio e migliori amici, tre ragazzine e due giovani.
Ero stato messo al corrente del fatto che ognuno degli altri cinque membri erano come me. senza parenti, senza più legami con il mondo, e non me ne meravigliai , la guerra appena terminata aveva sparso morte e dolore a piene mani per lunghissimi anni e purtroppo la condizione di orfano era una realtà dolorosamente frequente.
Ognuno di loro però era un genio nel suo campo, seppure giovani erano stati scelti tra migliaia di possibili candidati, rappresentavano in meglio della gioventù statunitense post-conflitto, e ognuno di loro era grato per l'opportunità avuta.
Durante quell'ultimo convegno ci era stata svelata la verità sulla nostra missione, anche se sapevamo che sarebbe durata molto mai avremmo immaginato la bellezza di dieci lunghi anni e mai avremmo potuto immaginare l'entità dell'astronave che ci avrebbe condotti lontano nell'universo.
Infatti, mentre eravamo intenti a riguardare i dati e le procedure insieme al nostro istruttore, il colonnello Frate, questi balzò in piedi di scatto battendo fragorosamente i tacchi e esibendo un saluto militare con larghi movimenti ampiamente enfatizzati che quasi fecero morire di paura quei cinque ragazzi, poi con tutta la voce che aveva in corpo urlò:
"Tutti in piedi, sta entrando il generale Shermann!"
Istintivamente tutti obbedimmo a quell'ordine e ci alzammo leggermente storditi proprio quando l'alto ufficiale faceva il suo ingresso.
Effettivamente il paragone con la nota sequoia calzava a pennello, indossava una drop marrone che ricordava la corteccia della famosa pianta e come questa si stagliava rigida e possente, guardando il mondo dall'alto in basso.
Con un cenno fece allontanare dalla cattedra l'ufficiale e prese il suo posto sulla sedia di fronte a essa, guardandoci negli occhi uno ad uno , cercando chi timidamente abbassava intimorito lo sguardo e chi invece orgogliosamente rispondeva all'occhiata con altrettanto carattere, inutile dire che io fui l'unico in grado di farcela a reggere la sfida.
"E' il nostro comandante" interruppe Frate come per scusare la mia impertinenza, ma il generalo lo zitti immediatamente:
“Ottima scelta “ aggiunse senza minimamente rivolgersi verso il colonnello che comunque trasse un respiro di sollievo.
“Siete stati addestrati ognuno in una base diversa e ognuno con un team di scienziati scelti per migliorare le vostre innate capacità, perché questa missione è di una importanza cruciale e non volevamo che nessuno di voi avesse qualche distrazione.”
Poi il suo sguardo si incupì: “Senza contare che tutto si è dovuto svolgere nella più assoluta segretezza, alcuni falangi comuniste si sono unite a frange residue di nazisti per cercare di bloccare il nostro progetto, sapevano bene che se fossimo riusciti a far funzionare la nave…” e qui le sue parole mi parvero gonfiarsi a dismisura di orgoglio “…nessun’altra nazione avrebbe mai potuto confrontarsi con noi per i prossimi tre secoli!”
Non capii il perché ma un lampo accese il ricordo di mio padre, ero un bambino di nove anni che giocava nel cortile di una modesta ma elegante casa nella periferia di Phoenix quando un drappello di tre uomini vestiti in modo strano, con lunghi soprabiti in pelle nera si affacciarono alla cancellata in legno di faggio smaltata di bianco, chiedendo espressamente di lui.
Preoccupato si avvicinò, doveva conoscerli perché si rivolse a uno di loro chiamandolo per nome, parlarono animatamente sotto il mio sguardo incuriosito finche si staccò da loro e entrò in casa.
Ne uscì poco dopo con una grande valigia nera seguito da mia mamma che si asciugava gli occhi con un fazzoletto bianco, fece cenno agli altri di aspettare un attimo e si avvicinò, si piegò sulle ginocchia e cinse con forza le mie spalle mentre anche dai suoi occhi adesso scorrevano alcune lacrime.
“Devi essere forte! Adesso sei tu l’ometto di casa finché non torno”
Quella fu l’ultima volta che lo vidi, non fece ritorno neppure quando mia madre si ammalò e si spense nel vicino ospedale.
“Voglio fare io una domanda” Mi alzai, infervorato dal dolore di quel ricordo, notando il colonnello Frate che sbiancò di colpo e si dovette sedere .
“Chiedi pure, figliolo” Disse Shermann senza battere ciglio.
“Sono cinque anni che ognuno di noi viene sottoposto quotidianamente a prove inumane, digiunare per giorni, correre per decine di miglia, resistere in apnea sott’acqua il più possibile, essere sottoposti ad accelerazioni di oltre nove G, perché mi chiedo, per quale motivo!”
Mi resi conto che il tono della mia voce si era alzato involontariamente troppo perché il colonnello Frate stava boccheggiando come una triglia fuori dall’acqua e si stava sbottonando il colletto della camicia per respirare meglio.
“Finalmente una domanda diretta e intelligente” Evidentemente il generale mi aveva preso in simpatia perché mi sorrise, o almeno così mi parve quel leggero movimento ai lati della sua bocca “Vediamo di darle la soddisfazione della verità…”
“Dean, corri subito in laboratorio, per amor di Dio!”
La voce di Maria anche se resa gracchiante dall’interfono ha un tono spaventato per cui mi precipito nell’area 4 dove c’è il laboratorio di astrofisica, entro proprio mentre la ragazza è intenta a tracciare strane righe su di una enorme mappa stellare srotolata sulla sua scrivania.
“Non siamo dove dovremmo essere, le costellazioni non sono al loro posto”ripete come inebetita, la prendo delicatamente per le spalle e la volto verso di me
“Calma Maria, stai calma, raccontami tutto e vedrai che troveremo una soluzione, a tutto c’è rimedio!”
Un attimo di silenzio poi la ragazza si riprende, si divincola dalla mia presa leggera e corre verso il monitor del computer.
“Guarda Dean, guarda. Queste sono le nostri attuali coordinate che il computer ha estrapolato dai dati in archivio, ha provato a relazionarle con la posizione delle costellazioni ma tutto è sbagliato, vedo la terra dall’oblò della nave ma lei o le costellazioni sono del tutto fuori posto…oppure lo siamo noi”
Adesso sono preoccupato anch’io, so bene che Maria non ha sbagliato i calcoli, e so anche cosa può essere successo.
Quello che tutti avevamo paventato era realmente accaduto, dopotutto era proprio una delle possibilità che ci avevano prospettato alla nostra partenza.
Procedendo per anni a una velocità prossima a quella della luce vi era la possibilità che all’interno della nostra nave il tempo scorresse in modo irregolare, diverso da quello della Terra, quello che Einstein aveva ipotizzato nel paradosso dei gemelli si sta rivelando fondato.
Un altro flashback irrompe nella mente e mi riporta alla fatidica data dell'incontro con il generale Shermann, dopo l'intervento ritenuto inopportuno dal mio istruttore ma che fu utile per dare la stura all'alto ufficiale per un discorso molto serio.
"Ora vi chiederete quale sarà l'astronave in grado di compiere un prodigio come quello di viaggiare alla velocità della luce, beh ragazzi, lasciate chi vi sveli un piccolo segreto"
Un mormorio soffuso aleggiò nella sala, come se di colpo ci fossimo resi conto che tutto quello che avevamo patito in questi anni non fosse stato per il sadismo di qualche grosso papavero e che una nave in grado di fare ciò che ci era stato detto a questo punto forse esisteva davvero, il generale se ne accorse perché le sue descrizioni divennero più circostanziate e precise.
"Era il 17 aprile 1897, nel deserto del Texas, poco fuori la città di Aurora, nella contea di Wise avvenne uno strano crash down, riportato anche dal Dallas Morning due giorni dopo, approssimativamente alle 6 del mattino alcuni agricoltori della zona videro schiantarsi al suolo uno strano velivolo.
Il giornale raccontava che questa nave volava a poca distanza da terra e a circo 12 nodi l'ora, attraverso il paese e si allontanò verso nord, ma poco dopo collise con un mulino ed esplose.
Dei resti sparpagliati sul terreno per ettari non si seppe nulla ma il giornale raccontò che il pilota non aveva fattezze umane, essendo di uno strano colore verde,poco tempo dopo, esattamente come a Roswell qualche anno fa arrivò l'esercito, sequestro tutti i reperti e non se ne seppe più nulla.
"Aurora divenne così il nuovo nome del progetto Mayflower, vedete ragazzi gli inglesi possedevano già dal 8 novembre 1568 i resti perfettamente conservati di un velivolo, diciamo "non convenzionale" , non un UFO come lo intendiamo noi ma qualcosa di molto più strano.
Fu scoperto da esploratori in una grotta in Nepal, venne smontato e portato in Inghilterra durante quattro spedizioni, nell'ultima delle quali vennero trovati e portati al Royal Museum of Scotland anche alcuni strani rotoli scritti in una lingua mai vista prima di allora, nella speranza così che gli scienziati e i traduttori riuscissero a decifrarlo; ci vollero venti anni di lavoro e risorse illimitate ma il lavoro fu coronato dal successo.
Per i seguenti trent'anni lo studio sull'apparecchio e sugli scritti ebbe un discreto successo ma per far volare quella cosa i cieli di Edimburgo erano troppo piccoli, quindi venne nuovamente smontato e riposto in robuste in grosse scatole di legno di quercia, dopo di che venne imbarcato sulla Mayflower, la nave dei Padri pellegrini, all'insaputa di tutti salpando da Plymouth il 6 settembre 1620, dopo di che se ne persero le tracce.
Quando nel 1776 gli Stati Uniti dichiararono l'indipendenza dall'Inghilterra si impadronirono di svariati bottini lasciati dai fuggitivi, tra cui le casse.
Non fu un caso se tutto venne affidato a Benjamin Franklin, che subito riconobbe l'importanza ma anche la pericolosità di un tale apparato, così intorno al progetto crebbe una segretezza unica, appositamente voluta da Washington e una particolare organizzazione chiamata "Gli uomini in nero" per via del fatto che vestivano tutti pastrani scuri con imbottitura in piombo contro eventuali radiazioni.
Il progetto crebbe, nei secoli a seguire si costruirono altri sei velivoli, uno dei quali appunto precipitò a Aurora, ma fu solo nel 1944 che le potenzialità del mezzo esplosero, dopo che i servizi segreti americani riuscirono a sottrarre agli scienziati del terzo Raich alcuni documenti donati a Hitler dal sesto Dalai Lama, in sette anni si approntò la nave originale per il collaudo alla velocità della luce, e oggi voi siete i fortunati protagonisti di questo momento storico"
Si alzò, con lo sguardo orgoglioso squadrò i ragazzi inebetiti dal racconto e con voce solenne pronunciò:
"E' ora ragazzi, adesso vedrete l'astronave che vi ospiterà per i prossimi anni"
"Dean, Dean stai bene?"
Mi scuoto dal torpore dei ricordi che mi attanagliano, sbatto gli occhi e rispondo:
"Si, Maria, tutto a posto stavo solo ricordando, andiamo da Jane, forse lei saprà darci qualche chiarimento.
La troviamo in sala mensa a sbocconcellare un pasti liofilizzato reidratato e le spieghiamo tutto, s'incupisce pensierosa, alcuni secondi poi spalanca suoi meravigliosi occhi neri.
"L'orizzonte degli eventi " Esclama
"Cosa sono, e come ci possono aiutare?" Chiesi mostrando tutta la mia ignoranza in astrofisica applicata.
"Vedi, vi ricordate che due anni fa circa variammo la nostra traiettoria visto che eravamo in rotta di collisione con un buco nero?"
Io e Maria facciamo cenno di si col capo.
"E ricordate che avevo calcolato una nuova rotta per lambirlo senza distanziarci troppo di quella originale?"
Idem
"Evidentemente ho fatto un errore e siamo passati troppo vicini all'orizzonte degli eventi, il punto di non ritorno dall'attrazione del "mostro", in quel preciso moment deve essere scaturita una esplosione di raggi gamma che ci ha colpito alterando il continuum spaziotemporale adeguando e riallineando i nostri atomi a …"
"Scusa Jane, non ti seguo più, cosa ci è successo, in parole povere"
"In parole semplici lo spostamento temporale che avremmo dovuto avere rispetto agli abitanti della terra è stato rallentato facendoci viaggiare indietro nel tempo di almeno cinquant'anni rispetto alla nostra data di partenza"
Un rapido conto, siamo quindi nel 1901, un fremito, una strana idea mi fa breccia nella testa , adesso avrebbe solo dodici anni, sopraffarlo e eliminarlo un gioco da ragazzi ma per l'umanità un incredibile regalo, per me personalmente e per tutti gli altri , Jane compresa una vita migliore, diversa, un imperativo categorico si impossessa di me, devo uccidere Adolf Hitler!
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MessaggioTitolo: Re: imperativo categorico   imperativo categorico Icon_minitime21/6/2011, 15:45

Bravo, hai saputo gestire bene i tempi e lo spazio, speriamo che la nuova missione di Aurora ( l'uccisione di Adolf) sia possibile. E se la vera missione fosse stata proprio quella? anche un errore riguardante l'orizzonte degli eventi potrebbe essere il compiersi di un destino programmato, no? alien
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Alfredo Canovi
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MessaggioTitolo: Re: imperativo categorico   imperativo categorico Icon_minitime21/6/2011, 20:44

Che dire, l'ho buttata giù di acchito, come si può notare dai parecchi errori presenti,non ho ancora riflettuto su una eventuale implicazione di casualità.
Penso però che la tua idea sia davvero buona, forse nulla in questo e nei miliardi di altri universi succede per caso.
Grazie per l'apprezzamento.
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MessaggioTitolo: Re: imperativo categorico   imperativo categorico Icon_minitime

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