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 Il portiere di Rodi

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Massimiliano Procellaria
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Massimiliano Procellaria

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MessaggioTitolo: Il portiere di Rodi   Il portiere di Rodi Icon_minitime10/9/2011, 12:42

Della notte conosco i respiri, le attese, l’entusiasmo, i silenzi; aspetto l’alba impaziente, non per cercare riposo ma per lasciare quest’albergo, bere qualche caffè e correre da un bar all’altro a montare slot machine e macchinette da caffè.
È questa la mia nuova vita, ho deciso che il riposo non dovrà più appartenermi, perché chi si ferma ha troppo tempo per pensare, ed io pensando troppo, facendo scorrere la mia vita su binari troppo bizzarri, mi sono ritrovato due volte sui letti d’ospedale di quest’isola, così turistica, così piena di locali e divertimenti, la prima volta con dentro ai polmoni gli scarichi respirati da una marmitta, la seconda con i polsi tagliuzzati.
È passata da un po’ l’età dei vent’anni, le inclinazioni umanistiche le ho soppiantate con la spasmodica voglia di lavorare, di rivivere semplicemente le emozioni passate, di ridere delle vecchie paure, di provare compassione verso le vecchie speranze; non hanno più importanza i sentimenti.
Ho scelto di fare il portiere di notte, in quest’albergo, uno tra le centinaia che soffocano quest’isola calda e spoglia ma impreziosita da uno splendido mare.
Ho smesso aver sonno, resto a raccontarmi tutta la notte a qualche forestiero che non prende sonno neanche lui, si siede qui davanti con in mano l’ennesimo caffè, ci improvvisiamo amici di vecchia data, ridendo dei nostri accenti e della nostra maccheronica pronuncia inglese.
Quando all’alba li devo salutare, gli auguro buon riposo, e restano sorpresi di dovermi nuovamente rispondere “buon lavoro”.
Non passa notte che qualcuno arrivi o parta, frenetici per la partenza, lasciano distrattamente le chiavi delle loro stanza, qualcuno quasi dimentica di ritirare la carta d’identità; c’è chi rientra in Italia, in Germania, in Russia, troppo indaffarati per accorgersi che ognuno si porta un mio frammento, che ognuno ha lasciato in me un loro frammento; è strano dover parlare di nostalgia quando hai di fronte qualcuno che sai non rivedrai mai più; e allora le ombre della mia vita passata ricca di sentimenti ed emozioni deleterie, riaprono pian piano nuovi spiragli…le combatto, se solo gli permettessi ancora una volta di guidare la mia vita, probabilmente non avrei più una vita.
Mi volto dall’altra parte con una scusa qualunque dopo avergli stretto un’ultima volta la mano, e mi ripeto con forza che tra qualche ora si saranno scordati di me, ed io ricomincio una mattina di più, il mio solito giro tra bar e ristoranti.
Le uniche luci che lascio accese sono quelle alle mie spalle, ad illuminare le scansie con le chiavi ed i cassettini con le carte d’identità; il resto dell’albergo lo lascio sprofondare nel buio; mi siedo davanti al pc, faccio una partita a scacchi, guardo i nomi e la provenienza di chi verrà domani, e mi diverto ad immaginarli con i loro bagagli, accoppiandoli nelle stanze.
Do un’occhiata alla posta…qualche vecchio cliente mi scrive, rispondo alle sue mail.
Da tre notti, a mezzanotte, l’italiano che ha affittato la stanza singola con la vista sul parcheggio, si incontra con la mamma tedesca alta, bionda, con l’aria pensierosa, che dopo avere lasciato in camera il figlio che dorme, si concede a quel latin lover; restano qualche minuto sul balcone, abbracciati guardando la piscina dell’hotel, con l’unico rumore delle cicale e del riciclo d’acqua, poi dopo i primi baci in piedi uno di fronte all’altra, continuano con sempre più passione fino alla stanza di lui, senza staccarsi un istante.
Quei due, non potevano che trovarla qui, la libertà senza le illusione dell’amore.
Non so se invidiarlo; vorrei poterla avere anch’io anche solo per qualche ora, ma mi conosco e so già che la nostalgia della partenza, mi tormenterebbe di più di quanto non mi abbia appagato il suo corpo.
La gente crede sempre che il portiere dell’albergo sappia tutto di ogni cliente, che ogni notte sia diversa dall’altra, che l’istrione che ognuno nasconde dentro sé, mi si mostri nella sua naturalezza, che potrei stare ore intere a raccontare i pensieri più reconditi di uomini e donne.
Ma non è così; mi chiedo ormai da tempo, cos’è che fa rientrare a notte fonda i ragazzi allegri e sorridenti, coi bagliori di vita scintillanti dagli occhi, senza mai avvertire la stanchezza della notte; quali strade stanno percorrendo nei loro vent’anni, che io sconoscevo? Possibile che la felicità dei vent’anni stava soltanto nel bere una birra in compagnia e ridere?
Fuggo da queste domande; i miei vent’anni erano un impatto troppo forte col mondo, una consapevolezza di essere pronto per la vita, soltanto dentro me, una sproporzione troppo grande tra vita e voglia di vivere.
No, della mia gioventù non riesco a conservare un ricordo che non sia quello della malattia, dei tentativi, adesso posso dirlo, per fortuna mal riusciti, di suicido.
Adesso sussurro alla notte, come la notte sussurra in me; posso allontanarmi qualche istante da questo bancone ed essere richiamato dal campanello, come il dover lavorare mi riporta alla realtà.
È l’alba, il sole non si è ancora impadronito del cielo, il buio sta affievolendo la sua morsa, le insegne al neon saranno soppiantate dalla luce del giorno; l’incessante voglia di riposare, l’incessante voglia di essere il portiere di Rodi.



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