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 Gli occhi si fecero fessure

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AutoreMessaggio
Daniela Micheli
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Daniela Micheli

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MessaggioTitolo: Gli occhi si fecero fessure   Gli occhi si fecero fessure Icon_minitime22/7/2010, 15:42

Gli occhi si fecero fessure 2agost10

Stanotte i pensieri si affastellavano impedendomi di dormire.
Partecipare e tentare di rendere partecipi all’iniziativa La testa, il cuore, la faccia mi ha fatto tornare al due agosto del 1980 e restarci inchiodata a lungo, ignorando il sonno che bussava.
Ero fresca di diploma, essendo stata dichiarata matura il ventiquattro luglio.
Ero già una forza lavoro assunta a tempo indeterminato dal giorno seguente: l’officina meccanica dove andavo a fare qualche ora al pomeriggio, sin dalla terza superiore, mi assunse immediatamente e non feci mai, da quel sudato diploma, un solo giorno da disoccupata.
Ma ai tempi le cose andavano diversamente.
La ditta chiuse il primo agosto e me ne andai a Fanano, in montagna, dove mio padre e mia madre erano già stabili da fine maggio.
Le mie amiche fighe erano in partenza per Riccione, io preferii godermi le vacanze servita e riverita da mammà.
Poi, a Fanano, oltre alle mie radici, c’erano tutte le estati della mia fanciullezza, gli amici di sempre, i fidanzatini persi e ritrovati, i ragazzi della scuola tennis di Sestola, le serate sulle scale della banca a cantare a squarciagola le canzoni di Battisti dopo le grigliate al fiume o i pomeriggi di totale cazzeggio in piscina.
Erano le passeggiate all’alba nei boschi, a cercare funghi con mio padre.
Ci sono mattine che non le ricordo, ma quel due agosto sì, come se fosse successo ieri.
Eravamo partiti verso le sei, avevamo deciso di andare a Libro Aperto perché dicevano che trovavano grandi quantità dei galletti.
Fece guidare me, diceva che dovevo imparare a portare l’auto anche sui sentieri di montagna.
Fu una raccolta felice, riempimmo i nostri cesti degli aranciati funghi e decidemmo di tornare a casa.
Verso le dieci, eravamo seduti ai tavolini del Caffè Nazionale, in piazza di sotto.
Mio padre voleva andare al Bar Italia ma non trovammo da parcheggiare in piazza di sopra e mi accontentò.
Jose, il proprietario del Caffè Nazionale, era un caro amico fricchettone, di molto maggiore di me ma con quale si era molto in sintonia; spesso, al mattino, col bar pieno di gente, si sedeva con me e gli altri al tavolino ed iniziava a raccontarci delle sue storie, delle sue ferite, delle bastonate prese in piazza.
Era sempre lo stesso racconto, ma ogni volta ci aggiungeva un dettaglio, un particolare che te lo faceva sembrare sempre diverso.
Mio padre lo conosceva e spesso accettava il toscano identico a quello che mai mancava di penzolare dalle labbra di Jose.
Anche quella mattina lo stringeva coi denti, mentre ci serviva il caffè.
Agli altri tavolini c’erano tutti i miei amici, l’appuntamento per il caffè era quotidiano anche se non premeditato o stabilito.
Io restai con mio padre, parlando dei funghi, di come avrebbe chiesto a mia madre se aveva voglia di cucinarli quella sera con la polenta e del dove gli sarebbe piaciuto andare il giorno dopo: non so chi gli aveva detto che al Cimoncino si trovavano molte cioppadelle [porcini] e quindi si decise per quell’itinerario.
Fu Jose che uscì dal bar a dare le notizie confuse di quanto aveva appena sentito dalla radio.
All’inizio pareva fosse scoppiata una caldaia, parlavano di corto circuiti ma non di bombe, cosa che poi venne paventata poco dopo.
Mio padre non disse nulla.
Solo gli occhi si fecero fessure e mi guardò, in silenzio.
Sempre in silenzio mi fece un cenno e tornammo a casa.
Si piazzò davanti al televisore dove scorrevano le prime immagini di quella carneficina.
Io non capivo allora e non capisco nemmeno oggi, dopo trent’anni, perché prendersela con gente che era lì, per caso, che non erano obiettivi politici, al pari degli altri attacchi terroristici precedenti. Era una questione di fortuna esserci o non esserci in quel posto che qualcuno aveva stabilito dovesse saltare, scoppiare, fare morti, carneficina, carni maciullate, sangue, urla, dolore, interrogativi ; era solamente un caso non esserci, chiunque ne poteva restarne vittima, martire ed eroe inconsapevole di una guerra che non aveva accettato di combattere e delle cui sorti qualcun altro, sconosciuto, ne aveva decretato la conclusione.
Gli occhi di mio padre erano fessure e non sapevo, allora, cosa stava pensando.
Non domandai. Rispettai il suo silenzio. Che divenne anche il mio.
Ora so con certezza che aveva gli stessi occhi quando assistette, impotente, alla fucilazione dei suoi compagni di Brigata.
Se avessi uno specchio davanti ora e mi specchiassi, sarebbero fessure anche i miei occhi.


Bologna, 2 Agosto 1980 - 2 Agosto 2010
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Mario Malgieri
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MessaggioTitolo: Re: Gli occhi si fecero fessure   Gli occhi si fecero fessure Icon_minitime23/7/2010, 12:57

Pochissimi giorni prima io alloggiavo per lavoro in un albergo di Bologna (del quale non ricordo il nome) proprio di fronte alla stazione. Dalla finestra della stanza, per quel poco che ci stavo, vedevo la piazza, la facciata, l'orologio. A quel tempo non avevo ancora l'auto aziendale, viaggiavo in treno. Finii il mio lavoro, andai alla stazione e presi il treno.
Avrei potuto tardare, bastavano pochi giorni (capitava, inciampi tecnici vari) e sarei stato in quella stazione il 2 di agosto.
Non c'è logica in queste cose, e in quella (come la bomba di Brescia o altre) è solo il caso, o per chi ci crede, il destino a comandare.
E non c'è nulla, assolutamente nulla, che possa giustificarle.
Nè quelle, ne gli aerei che esplodono dentro un grattacielo, nè un "martire" che si fa saltare in un mercato affollato.

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Franca Bagnoli
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Franca Bagnoli

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MessaggioTitolo: Re: Gli occhi si fecero fessure   Gli occhi si fecero fessure Icon_minitime4/8/2010, 18:48

Già, Daniela. Si passò dalla normalità al dolore, alla rabbia. Io e i miei figli, ancora piccoli, eravamo andati al mercato con mia madre. Tornammo a casa dei miei genitori a Roma e i miei ragazzi accesero la televisione. Stavo per dire loro di spegnerla quando mi accorsi che Vespa stava parlando dello scoppio di una caldaia che aveva devastato la stazione di Bologna. Poi si parlò della bomba. Rimanemmo tutti muti, compreso mio padre quando tornò a casa per il pranzo. Pensammo subito che fossero stati i fascisti. Ma per quella terribile strage nessuno ha ancora pagato. Quando capito a Bologna mi fermo sempre davanti a quell' enorme buco chiuso da un cristallo trasparente e mi assale una grande tristezza, come fosse accaduto da poco.
C' era, in quel periodo, una grande paura. Mi ricordo che andando in treno a Parma con mio figlio allora dodicenne, un signore mise una valigia sulla retina e poi uscì. Io e mio figlio ci guardammo. Ognuno capì ciò che pensava l' altro. Poi il signore tornò a prendersi la valigia e noi respirammo di sollievo.
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MessaggioTitolo: Re: Gli occhi si fecero fessure   Gli occhi si fecero fessure Icon_minitime

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